Fiore di legno (parte 1/2) – un racconto di Nicola Esposito

Sancio, quando ti trovasti accanto a lei non sentisti

un odore sabeo, una fragranza aromatica,

un non so che di prezioso

che non saprei distinguere con nome suo proprio?

Alla città vecchia, la bella figlia del mare, tornavo quando il grigiore di ogni giorno non mi asfissiava, a respirare. Lì, tutto mi sembrava il candido santuario di una vita antica e sempre fresca e, immergendosi in quella come spesso accadeva, una mia vena profonda, avvizzita dall’arida quotidianità, dava palpiti pieni di brio, guizzi, alate, e a volte fremeva, si gonfiava in impetuose fuggevoli correnti d’umori caldi e freschi sapori che mandavano alti zampilli luminosi.

Spesso portavo con me un buon libro da leggere e un foglietto per quel mezzo pensiero che ogni tanto scrivevo.

Fu poi che cominciai a vederti. Ci davamo appena un’occhiata, allora, come quella volta che passasti svelta sotto l’arco in fondo al vicolo, tra i ragazzini che giocavano alla campana.

Chi è quella? mi dicevo. Come s’è acconciata? Che razza d’eccentrica. È una qualche artista, forse, o del tutto pazza. E straordinariamente bella.

Le nostre storie prendemmo a raccontarle solo dopo un po’. Ricordi come iniziò? Ma certo; quante volte ne abbiamo parlato? Lo sai che se mi ripeto non è solo per smemoratezza; traggo un piacere speciale dal dirti certe cose… La ricordi quella bella mattina? Te ne stavi di fronte alla finestra della bottega, la vecchia, piccola, cara bottega. Indossavi una veste dai colori della terra bagnata e del cielo terso, un po’ campagnola, un po’ cortigiana, scabra fra svolazzi di gale. Avevi i piedi nudi e un collaretto imperlato e i capelli raccolti in una crocchia austera e sbrigliati in lunghe ciocche agitate dal vento.

Lo ricordo vivamente. Mi ero fermato a fissarti, e a un certo punto saltellasti di gioia, le mani giunte sul petto, e mi facesti dei cenni allegri, volevi che mi avvicinassi e guardassi attraverso la finestra. Avevi un sorriso strano, quel tuo sorriso. Incerto, senza smettere di fissarti, mi avvicinai. Dietro la finestra sporca e coperta in parte da una tendina logora, l’interno della bottega, spoglio e polveroso, mi parve abbandonato da tempo. E subito lo vidi. Sul pavimento, bagnato da un fascio di luce, spirava una bellezza languente. Guardandolo, iniziasti a parlare. Vivace, la voce che era un sospiro, ora, ora quasi un grido, parlavi la tua lingua straniera, che pure, già allora, aveva per me qualcosa di familiare e caro, e grande, e a tratti lampeggiava di limpidezza. Delle mie parole non ne conoscevi che qualcuna, molte ti stranirono.

Eri compresa di un profondo stupore. Ti esprimevi in un modo che m’incantò subito. Fu soprattutto grazie alla tua espressività, vivida, ricchissima, che tra occhiate dubbiose e chiare risate ci capimmo.

All’inizio mi dicesti di guardarlo, indicandolo, e poi: Un fiore.

E io: Sì… sembra un fiore.

Di legno, sì.

Così iniziammo a parlarci, a dirci la storia del fiore di legno.

Ho voglia di raccontarla.

*

Nel vecchio paese, si diceva che lei veniva dalla villa in campagna, e dalla carovana di artisti stranieri che passava ogni tanto, ed era facile trovarla fra baldorie di vitaioli, e a messa, e se ne andava appresso al chitarrista vagabondo, e qua e là, per i vicoli, dietro l’angolo, e c’era chi la rivedeva più volte in un giorno e chi dopo anni, di sfuggita, e stentava a ricordarla e riconoscerla, e questo le andava incontro esitando e quello di slancio, e non mancava l’invidioso che alle sue spalle, seppure con una puntura di vergogna, la malediceva, e tutti a uno a uno, con un sospiro o in cuor loro, ne ammiravano la bellezza. Chi la conosceva meglio la chiamava “la bella”. Vicino a lei c’era sempre aria di festa, e spesso la festa era grande. Ma mai a lungo. Dopo un po’ se ne andava. Era così, si sapeva, come un vento fiorito e un fiore al vento. Per questo accadeva che in sua compagnia ognuno le faceva una corte da colombaccio e a una sbuffata di lei svolazzava via e poi, se non per caso e per poco, non se ne dava pensiero. Tranne uno, un falegname, che aveva una casupola acconciata a bottega in paese. Da un po’ si era invaghito della bella e pensava a come farla sua.

Poteva? Il meglio che aveva erano le mani, grosse e rozze. Poteva, con quelle manacce?

E un giorno vi trovò un fiore. Sì, un fiore piccolo, di legno, sbocciato dal legno. Chiuso nella bottega, lo fece con le mani e un vecchio coltello, mentre la sentiva, la bella che, in fondo al vicolo, giocava alla campana coi ragazzini. E quando uscì per darle il fiore sembrava sparita di nuovo. Si guardò intorno e la cercò in lungo e in largo, prima di chiedere a una bizzoca se sapeva dov’era andata.

Chi?

La bella.

La bella? No, non ne so niente io!

Lui la aspettò come un cane, poi lasciò il fiore in un cantuccio.

Un bel mattino la bella si sporse sull’uscio della bottega e, fatto un sorriso al falegname, corse via, e lui la inseguì, per i vicoli del paese, tendendole il fiore, gridandole che l’aveva fatto per lei, e poi la bella si fermò all’ombra di un archetto. Ansimanti, sorridenti, si guardarono a lungo, e lei si avvicinò piano al fiore e lo annusò con gli occhi chiusi.

Posso darti un abbraccio? – disse il falegname.

Lei gli fece una carezza, prima di allontanarsi piano.

Poco dopo un paesano, uno che era scemo e se ne pregiava, scorse il falegname da lontano e gli si avvicinò.

Che stai facendo? – gli chiese perplesso.

Il falegname, che era rimasto fermo a guardare il fondo del vicolo, dov’era andata la bella, sobbalzò.

Le davo un fiore.

A chi?

Alla bella.

A chi?

La bella. C’era, prima. Non l’hai vista?

Che fiore?

E il falegname gli mostrò il fiore di legno.

Un fiore? Questo?

Mah… Sì. Voglio dire, niente di che.

Facevi prima se ne prendevi uno dal fioraio!

Sì, ma questo… L’avevo fatto per lei, avevo pensato… È mio, ha il mio stesso sangue, radici, in me.

Tu hai bevuto, te lo dico io. Cose strane… Fiore! Che bel fiore! Pesante e senza odore!

Dici?

E un giorno il falegname ne portò un mazzetto alla bella.

Tu lo senti, – le chiese – l’odore dei miei fiori?

Sì – disse lei. – È buono.

Da un po’ facevano delle brevi passeggiate insieme. Lei gli diceva poche parole, che spesso erano strane, e avevano qualcosa di familiare, di caro, e grande. Il falegname credeva di capirle, un poco. Come quella volta, in riva al mare, che lui le domandò da dove veniva, e lei: – D’un pianto sereno di bonaccia, e dei maestrali che spezzano le gomene, io sono la figlia.

Lui disse: – Sei figlia del mare?

Del mare più profondo.

Intanto, qualche comare cuciva: – Hai sentito? Il falegname… Ah, con quella? Eh… M’hanno detto che sta perdendo la testa! Eh, fa dei fiori! Di legno! Così dice lui, mah! Tutto, tutto il giorno chiuso nella bottega, e dietro a quella! Bella è bella, eh! Ah… Sì! Per carità, bella è bella! Ma si sa com’è! Va, viene, come capita! Io capisco, se ti vuoi divertire un poco, ma non che ci perdi la testa!

E gli dicevano, alla bottega: – Uh… Come stai sciupato! Ma vedi tu, vedi… Che t’è successo?

Lo invitavano a farsi una grigliata in riva al mare, a prendere un poco d’aria fresca. Ci sarebbero state pure le figlie. Anche loro erano delle belle ragazze, eh! Dopotutto lui era un bravo uomo, e teneva una bottega! E ogni tanto, quando la bella era lontana, il falegname, non senza inciampare tra le incertezze, ci andava. Ma in quei momenti i dolci ricordi divenivano un’amarezza insopportabile. Allora lui sorrideva appena, di sorrisi forzati, e non la smetteva di guardarsi attorno, irrequieto, e dopo non molto se ne tornava alla bottega. Il fatto è che conosceva un solo lenitivo alla sofferenza causata dalla distanza di lei: attenderla e cercarla e affannarsi a fare fiori di legno per lei. Inoltre, in questo modo sperava che l’avrebbe ritrovata prima e che lei avrebbe apprezzato i suoi fiori come segno di amore, tanto da decidere di restargli accanto… almeno un po’ di più.

Lasciatelo perdere – gli dicevano alle spalle. – Quello sta perdendo il senno!

Quando la bella tornava, il falegname scorzava il legno più duro, il legno era come la pasta nelle mani delle vecchie massaie. Ora le donava serti e bracciate di fiori.

Vorrei abbracciarti – le disse una volta, seduto accanto a lei sull’antica muraglia. – Ma tu continui a sfuggire. Ad abbracciarti non basterebbero queste intere mura. Le avrà fatte la pazzia di un amore, di uomini che amarono una figlia del mare, forse simile a te, e cercarono di abbracciarla tutta.

Lei sorrideva, guardava il mare.

Intanto, qualcuno in paese gli ripeteva che era una cosa da pazzi, darle tutta quell’importanza! E il falegname le correva dietro offrendole quei suoi fiori.

Dei tristi rimbrotti la bella rideva, sfilacciava trame di malelingue, vi passava come il vento fra le ragnatele.

Per i vicoli del paese si nascondeva dentro gli usci delle antiche casette, rimestava e assaggiava il sugo nelle pentole appese sopra i focolari, si affacciava sui balconi, accanto alle donne che stendevano i panni, tra i vasi di fiori, li odorava, e con la comare dirimpetto gridava stornelli che erano uno spasso. Toglieva la canestra piena di fagiolini dal grembo di un’altra e le faceva fare una giravolta, e col vecchierello che non si fidava più nemmeno ad alzarsi dalla seggiola passeggiava a lungo, a braccetto. Sei sempre bella, le diceva il vecchietto, le diceva parole di fanciullo felice, spensierato, e pensieroso era il ragazzino che le scriveva la prima poesia. Capitava che camminasse tranquilla tra i filari di case, quando sentiva vicina la quiete del ristoro familiare, il brusio, gli odori della cucina. Si sedeva al tavolino con le massaie a fare la pasta, la stendeva e la spezzettava con mani tenere. In sua compagnia, le sarte stracciavano scuri rammendi di gramaglie, facevano uno sbuffo alla camiciola, infioravano la tovaglia. Era capace di strappare urla voluttuose alle vecchie bizzoche, un baciamano al villano. Ogni tanto spingeva uno spasimante sotto il balcone dell’amata e gli suggeriva una bella serenata, e se una megera gridava che a quell’ora si dorme, le sfilava lo scialle scuro e agitandolo al vento danzava. Danzava a piedi nudi, la veste che girando si schiudeva sulle gambe nude, sembrava un fiore nel vento, un grande fiore nero, splendido, e dava certi pesticcii, frenetici, come sull’uva marcia e sull’uva buona, che fermentavano il sangue. E spesso tutti insieme, insieme con lei, facevano uno strepito allegro, una gazzarra gioiosa, una grande tarantella, e alla svolta di un vicolo sembrava già un sogno, un odore di sogno. E chi continuava a cercarla non era che lui.

Quella è dannata… – mormorò un maldicente. – Io l’ho conosciuta, un po’. È una diavola! Lo farà ammattire!

Un giorno lei seguì la processione del santo patrono. Fissò a lungo il decoro floreale della base e delle vesti della statua e i pennacchi di calle in cima alle aste rette dai chierichetti e sorridendo alzò le mani a toccare i petali gettati dai popolani affacciati ai balconi e d’improvviso iniziò a correre, e il falegname la rincorse, fuori del paese, e poi, quando gli sembrò che fosse sparita, la sentì muoversi piano, fra l’erba della campagna, e più in là, in mezzo all’uliveto, e dietro a un tronco, e tra le fronde, lei dava un dolce mormorio.

Ci tornarono più volte, lì. Si rincorrevano ridendo, si stendevano sulla terra nuda, al fresco di un ulivo, e toccandosi la mano guardavano il cielo, sentendo il sospiro del vento, il calore, l’odore della terra. Si sedevano accanto a un vecchio muricciolo, sull’erbetta, tra ciuffi di piccoli fiori, o vicino a un fico, ad aspirarne l’odore.

La meravigliava il riverbero dei grilli che saltavano tra i passi, la vastità della campagna. Con lo stesso rapimento, indicava un pelo di soffione al vento e l’orizzonte.

Non andare – le disse un giorno il falegname.

Vieni con me – disse lei.

E lui: – Come? Come faccio? La bottega, e il lavoro… E poi, con cosa?

Sorridendo lei iniziò a correre, fece una piroetta, saltellò ridendo, si allontanò.

Una volta, sdraiata ai piedi di un albero, la bella lo fissò a lungo. Il respiro del vento, il mareggio delle fronde, la luce del cielo che occhieggiava e spumava tra le foglie la incantarono. Poi sfiorando la corteccia chiese: – Che nome particolare hanno dato, a questo albero?

Non ricordo – disse il falegname.

Forse è meglio così. Sarà una parola tra le altre, una stinta freccetta piazzata più o meno lontano dall’albero, a indicarlo, o un rozzo stampino di quello, che ognuno può modificare e riempire a proprio modo. Oppure, cosa meno comune, sarà una sua sagoma, un’ombra di cartone, tagliuzzata alla meno peggio e, forse, con qualcosa di appiccicaticcio e brutto, qua uno schizzo di verde pallido, là un rametto di cartapesta o una sbuffata di brillantina. Insomma niente in comune con le radici, con le foglie dell’albero, niente che sia una goccia della sua linfa. Raramente le parole affiorano e si sviluppano, dal cuore delle cose, come un ramo dall’albero, una gemma, un fiore.

Forse perché non ti vedono, quando danno nomi alle cose, quando parlano. Se allora vedessero te, o una simile a te, come ti vedo io, sono convinto che le loro parole sboccerebbero come fiori e te li offrirebbero. E i miei? Ti piacciono?

Molto. Sono graziosi e hanno un buon odore.

Sì, delle sudate che mi faccio per abbracciarti.

È un odore buono, come di muschio e ambrosia, forte, dolce… L’odore di una grande passione, speciale, bellissima, una tensione continua, estrema, una smania, uno sforzo di possesso inesausto, indefinito, un volo verso un orizzonte vago…

Un orizzonte vago?

Ma non pensiamoci, ora… Guarda qui, questo fiorellino! Che bel giallo… Sono convinta che il nome che gli hanno dato non ha molto della sua graziosa esilità, della bontà dell’odore, dell’intensità del colore. Sai come lo chiamerò, questo fiore? Gialbuonello! Anzi, no… Buongialletto! Ti piace?

Buongialletto?

Scherzo… Dobbiamo sentirlo e conoscerlo meglio, questo fiore, rivolgiamolo nell’animo, lasciamo che ci meravigli, sforziamoci di comprendere la meraviglia suscitata, e vedrai che almeno un accordo di lettere ne emergerà spontaneamente… Provaci tu.

Io?

Tra una risata e l’altra, e spesso per ore, penetravano nel cuore delle cose, ne palpitavano, meravigliati, facevano affiorare parole.

Non andare, le diceva il falegname.

Non pochi in paese lo guardavano storto già da un pezzo, e lui, con quei suoi fiori, correva dietro alla bella.

In riva al mare, passeggiavano vicini, lei gli sfiorava la mano. I pescatori cantavano, come la vedevano. Cantavano i frutti del mare, lanciavano le reti al cielo. Un giorno il vecchio cordaio che lavorava vicino al mercato del pesce le disse che gli ricordava la sua vecchia moglie da giovane, e gli faceva spuntare la voglia di farle ancora, le reti di una volta, fatte con le proprie mani, reti come mani, e di appenderci delle belle conchiglie. Poi le raccontò la bella storia del monte rosso, che ogni tanto, ancora, per poco, sorgeva appena in mezzo al mare, lontano. Era un grande scoglio rosso di alghe, o il campanile arrugginito di un vecchio convento. Invece lei credeva che fosse un castello, e subito dopo averli ascoltati il falegname si tuffò e tornato a riva da una lunga nuotata, affannato, le disse che in fondo al mare aveva visto un merlo, sì, il merlo d’una torre, e, porgendole tante pietre colorate, che quelle erano gioielli sfuggiti ai forzieri del castello.

Lei camminava lenta sulla banchina del vecchio molo, vicino alla fila dei gozzi ormeggiati.

Guarda che belli, diceva al falegname.

Li ripuliva dalle alghe morte, ne carezzava il vecchio legno, le scrostature e le rughe di noci e le crepe terrigne, con delicatezza li toccava e diceva che erano belli.

Un pescatore schiudeva con le unghie le rosse corolle dei ricci, ne faceva un mazzetto e glielo offriva in un canestrello, un altro le porgeva un piattino di polipetti freschi con una fetta di limone. Senti che odore, diceva lei.

Di notte volteggiava attorno ai lampioni del lungomare, guardava incantata la loro luce infrangersi sulle onde e vi si tuffava.

E aveva quel sorriso, quel suo sorriso strano, che pareva di chi aveva già visto tutto, di chi non ne era mai sazio.

Una notte vide una barchetta sul molo, messa sopra due casse di birra e col fianco puntellato a un ciocco di legno. La osservò a lungo, girandole torno torno a passi lenti, e vi salì e trasse a sé il falegname per mano. Piano, si distesero sul pagliolo. Allora, carezzando il falegname, lei gli sussurrò che sarebbero rimasti insieme, per sempre.

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Nicola Esposito

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