Finissage: poesie inedite di Michele Bordoni

Il termine “finissage” (traduzione francese dell’italiano “finissaggio”) che dà il titolo a questo ciclo di poesie si riferisce al processo lavorativo proprio dell’industria tessile e calzaturiera per il quale il prodotto (il tessuto o, come nel caso di queste poesie, la calzatura) viene rifinito, privato delle imperfezioni (indicate in gergo anche come “vitellature” – striature della pelle non appianabili, simili al tessuto fibroso muscolare) e reso pronto per la vendita. Come per il più noto “vernissage”, il finissaggio è la parte della produzione in cui il prodotto viene “depurato” e tirato – letteralmente – a lucido.

Questo ciclo di poesie nasce da un’esperienza lavorativa dell’autore, addetto per due mesi al finissaggio in una piccola industria calzaturiera. Compito principale dello stesso era quello di sottoporre la calzatura (in cuoio) a un passaggio sotto un phon ad alta temperatura, che conferisce alla scarpa una particolare e impeccabile liscezza. L’autore raccoglie qui le poesie scritte o ispirate in fabbrica, appuntando i versi su supporti di fortuna (brandelli di cartone, fogli di carta utilizzati da riempimento della scarpa prima del suo inscatolamento), nel tentativo di riafferrare, in un luogo in cui la letteratura gli era negata, la sua natura intima di “uomo di lettere”. L’autore ha tentato di abolire il discrimine tra “poesia” e “non poesia”, tra discorso e “discorso di riuso”, tra testo e intertesto, indicando tipograficamente (in corsivo) sia le citazioni letterarie (spesso imprecise perché emerse durante l’orario di lavoro, senza perciò la possibilità di controllare sul testo l’effettiva corrispondenza con l’originale) sia brandelli di frasi utilizzate dagli operai colleghi dell’autore, intrasentite durante lo svolgimento delle mansioni. In questa sede si danno – per facilitare la catalisi ermeneutica della prassi intertestuale – i riferimenti alle poesie citate, propriamente o impropriamente, nel testo.

I – Dante, Purgatorio, XXVI, v. 148

VI – Arrigo Boito, Falstaff, Atto I, Scena I

IX – Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Una visita in fabbrica, parte V

*

Poesie estratte dalla plaquette inedita di Michele Bordoni, con una nota introduttiva a cura dell’autore: Finissage.

I

La scarpa devi renderla perfetta
il cuoio liscio sotto l’aria calda.
Devi togliere bozze e ammaccature,
tirarla ai contrafforti della struttura.
Questo mi dice mentre con mani esperte
tasta le zone dove la pelle cede,
le parti molli e cave, senza organi,
della calzatura.
Poi l’ascose nel foco che l’affina.

Sembra un passaggio inutile ma serve,
di sotto al lucido, la prepotente
integrità del tutto, la sua composta
eleganza.

Qui la pelle si modella alla sua forma
e qui dove l’idea si rende corpo
le vedi divampare le imperfette
curvature del mondo, riscattate
le colpe a nuova vita.

*

VI

Un laureato come te in fabbrica…
ti fa onore!
L’onore non ripara questa piega,
l’onore non ha calli sulle dita.
Che è dunque? Una parola.

Tu forse non lo sai
ed è perché lavori con in guanti
e non lo senti quanto sia sgualcita
la fodera all’interno, quanto dura
da raddrizzare – è un legno storto.

L’onore invece è rigido, inflessibile.
Non ci appartiene qui dentro.

*

IX

My heart will go on pare di sentire
dietro la centina di chiasso e vita
della prima mattina.
Il cuore andrà avanti
ma dove? Con quali ali se si è qui,
atterrati con forza alla costanza
disumana dei giorni? Il cuore andrà avanti
o la sua parte migliore, quell’anima
nascosta tra le pieghe delle dita?

La parte migliore? Non esiste!

Eppure a tratti ricompare,
.                                       emerge
rumore primigenio dal rumore,
lamento di bambina o cantilena.
Basta essere educati e riconoscere
nel sottofondo umano
la voce di sirena che ci salva
e che si trova lì, di fronte a te,
nella sua veste azzurra ormai schiarita.

Oppure il sovraccarico di luce
che ci acceca, ci oscura,
ci rende per un attimo brevissimo
nient’altro che materia senza scopo,
un corpo che si avverte come corpo
e si eccita per questo, freme e canta.

*

XI

A volte si danno pause nella storia,
silenzi momentanei nelle stanze
smerigliate del giorno.
.                              Sono attimi,
questi, di solitudine e di pace
nel prato bianco in cui a volte fiorisce
l’acquarello dissolto di una voce.
È un caso raro – ma capita – che vedi
un fantasma discreto, una presenza
fra le pile di scatole in abbandono.
Felino, indissolubile, caduco
eppure di passaggio in questa assurda
rimessa d’esistenza.

Appare luminosa in un profilo
che a me ricorda molto la tenace
apnea blu della genziana
o quella gialla di ginestra, il loro
gentile essere inutili nella nebbia
e che di là dalla vista ti chiamano
da lontano, segreti a bocca chiusa
detti piano.

*

XII

Resta soltanto l’apparato umano
alla fine del giorno.

Il tempo, anche se non esiste, passa
e poi si è fuori,
in fila nella nebbia
.                              o dentro al sole
come un’estasi, una folgorazione.
Ci si abitua anche al male – a volte piace
la sua perizia, se ne dipende
dolcemente – così che quasi pare
bella la vita dove vita non è.
Si morde insieme un pane inesistente
ed è questo addentare il nulla, il vuoto
che snerva ed affatica le mandibole,
a darci la coscienza giusta, animale,
di qualcosa di reale nella bocca,
di un’esiziale legge.

***

E io, che consideravo l’eleganza
la radica segreta del fenomeno,
la ritrovo con stupore e gioia
in questa forma scarna, ossificata,
in questa terrestrità scalza
che non è né anima né fondamento
ma aderenza al sangue, alla misura
dei gesti e delle forme,
la tridimensionalità del vero.

One comment on “Finissage: poesie inedite di Michele Bordoni”

  1. Mirella Vercelli ha detto:

    Michele, giovane e sicuro nel suo linguaggio senza artifici, padrone del suo sentire, lucido e insieme dolente. Mi piace molto la XII. Avevo letto Gymnopedie: non so se queste siano precedenti,ma sono comunque una conferma. Qualunque direzione prenderà la sua giovane strada, lo porterà lontano. Auguri davvero di cuore, e grazie a Yawp per averle proposte

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