Fame chimica (parte 1/2) – un racconto di Giulio Armeni

Schimicare: in romano, sfogare la fame chimica, assassina, spesso notturna, su kebab, merendine, pizzette sugnose; la chimica si spegne solo con chimica più potente. Vicino casa mia c’è il Triangolo dello Schimico, una zona franca in cui trovare cibo a basso prezzo a qualunque ora della notte, e che ha i propri vertici nel Bingo, nel Bangla e nel fornetto. Nel Bingo sulla Tiburtina, probabilmente gestito dai Casamonica, puoi mangiarci addirittura gratis: hanno in sala slot un tavolo pieno di salamini, paninetti da festa, pasta al sugo perfino, perché tanto la gente poi gioca e li fa rientrare nelle spese. Mangiare a sbafo da loro è il mio modesto boicottaggio di Mafia Capitale; pericoloso, più per la qualità del cibo che per ritorsioni. Il Bangla, vicino alla Metro Rebibbia, offre kinderate varie, buone come dessert, ma è altrettanto velenoso. Il fornetto clandestino, infine, è a pochi passi dal carcere, e a mezzanotte sforna una genovese alta due dita; la soluzione migliore per qualità.

Mi trovo nel secondo vertice del triangolo, saranno le 23.30 e sto aspettando un mio amico di Milano per poi portarlo ad assaggiare quella che ho millantato essere la pizza bianca più buona di Roma. Del resto, il mio fervore missionario non poteva lasciargli scampo, quando m’ha chiesto “cos’è la pizza bianca”.  Il Bangla dà su una piazzetta abbastanza losca, io sono in anticipo e vado a sedermi su un muretto, con l’infantile intenzione di raccogliere Punti Malavita per non so quale premiazione. Non ho bisogno della chimica per aver fame a quest’ora: sarebbe superfluo come dopare Bolt. Tra gli angoli di questa piazzetta la gente rimbalza imbacuccata e nervosa, schiava della mia stessa fame di mezzanotte. Quelli che vengono qui a quest’ora, che vadano dal Bangla, dalle sudamericane sulla Tiburtina o dagli spaccini, hanno sempre fame, non importa di cosa.

Scusami me faresti un favore n’è che ciavresti n’euro pe na bira?

Ad avvicinarsi è un trentenne gnappetto, spigoloso, la sua testa come un pugno mio, che quasi non gliela trovi, nella criniera del piumino polare. Già il coatto è molleggiato di suo, ma le sue gambe da cavalletta battono sull’asfalto al doppio dei giri, se invasate dall’elettricità della coca. Penso che un euro è un giusto obolo da pagare per avere compagnia. Gli lancio un’occhiata furbetta alla “Ti–conosco–mascherina–ma–sono–un–borghese–illuminato–e–ti–dò–i–soldi–per–drogarti” e penso subito che mi sono capito da solo. Mentre frugo nel portamonete, con la coda dell’occhio lo vedo ballare come una fiammella. Sento sparute e sonore snasate – *snort* – a far da scoppiettio.

Come ti chiami? – domando, per non perderlo.

Rocco! – ha un sobbalzo di sorpresa – Te? – mi tende la mano.

Giulio. – nella mia stretta c’è anche la moneta.

Scusa eh. C’è chi nasce ricco e chi nasce *snort* Rocco. Tu aspetti erba?

No, no, aspetto un amico.

Ah, n’amico… – la sua sospensione sa un po’ di: tutti qua aspettano un amico. – se te serve erba…

No grazie.

Mi sento maleducato a rifiutare così, secco. Cerco di riparare:

Ieri era il mio compleanno, no…

AUGURI!

Mi blocco un attimo. Anche qui, il suo tono è stato di sincera sorpresa. – Grazie! – gli rispondo, ed è come avessi elaborato solo adesso che è stato il mio compleanno. Dopodiché, gli racconto che un paio d’amici miei m’hanno regalato una tavoletta di cioccolato alla canapa. Rocco ha già capito dove voglio arrivare, e il suo scuotimento di testa ha già anticipato le mie deluse conclusioni. Mi interrompe dicendo che lui la canapa la mette nell’acqua calda quando c’ha l’ansia. Sarà che lo guardo dall’alto, ma ho un acceso sentore del suo stato di inquietudine. A occhio e croce gli servirebbe un albero di canapa, per sedare la scimmia che si ritrova sulla spalla. Mi prende la fissa di rallentarlo, ponendogli domande   t r a n q u i l l e , quasi bucoliche, su come il fratello coltiva le piantine ecc, ma è come quando da bimbo credevo che per spegnere un fuoco si dovesse soffiargli sopra, e Rocco lì sotto brucia, divampa, mentre mi racconta di vasi, vasi messi dentro *snort* *snort* *snort* armadi per avere la giusta luce e temperatura, e sembra che gesticolandomi il suo ingegnoso sistema di buchi e ventilazioni si stia prendendo la sua rivincita per una vita passata a far scena muta alle interrogazioni.

Di dove sei, Rocco?

Di Torre Maura. – e rappa – From Parioli Boro / to Torre Maura Squad…

We do mafia / with borbuka stock… – gli completo il verso, e vibro d’eccitazione perché anni di ascolto del Truceklan m’hanno appena pagato i dividendi con ben 5 Punti Malavita.

Grande! Era er Chicoria ve’? – fa lui, citando il rapper padre del verso “So’ chiuso ner labirinto / l’unico filo d’Arianna che c’ho / è na striscia de bamba”.

Penso fosse Benassa… – (in verità ne sono sicuro.)

Ma n’era de Torre Maura er Chicoria?

Mh, penso che sia di Primavalle in realtà. – e mentre lo dico, penso che sono accademico anche quando parlo di Truceklan, e che ho appena privato Rocco del suo poeta di quartiere. Nel frattempo, un uomo scuro avanza nella penombra.

L’uomo s’avvicina a noi, con una giacca di pelle nera, fattezze magrebine, un’altezza di poco superiore a quella di Rocco. A quest’ultimo quasi gli casca addosso, e gli confabula qualcosa a distanza di bacio. Rocco sussurra un “No grazie” e lo allontana. Il magrebino solleva ad altezza occhi una bottiglia di Nastro Azzurro, e la fissa, come il peggior nemico prima dello scontro finale.

Vuoi che te la apro? – mi offro io, e già mi frugo in tasca.

La bottiglia quasi gliela strappo di mano, con l’entusiasmo di chi realizza – wow! – che stappare una bottiglia di birra facendo leva con le chiavi di casa saranno almeno 10 Punti Malavita. Sto già contemplando il provino per Suburra, quando m’accorgo che, prima di consegnargli la bottiglia, l’istinto m’ha fatto prima nascondere il mazzo di chiavi nell’altra mano, come se il colore della sua pelle gli conferisse la capacità genetica di sapere dove abito.

Di dove sei? – gli chiedo per giocare ad armi pari.

Ritarda un attimo. Mi fissa, sopracciglia sollevate come sull’orlo d’uno starnuto. Gli occhi sembrano l’unica cosa lucida in lui. – Ponte Màmulo – biascica infine – Se serve qualcosa, io posso trovare.

Comunque io pippo fratè – mi si appella Rocco, a gamba tesa. L’ha detto con una franchezza al contempo formale, come una seconda presentazione, ma più importante della prima. Da quassù, sembrano due bambini venuti a parlare con un grande, e l’intervento di Rocco sopra il magrebino mi sa d’una disperata richiesta che l’attenzione torni a lui.

Sto aspettà n’amico der centro che me porta er pezzo… – continua. Poi si volta verso il magrebino, ammutolito, e indicandomi col mento fa: – PURE LUI ASPETTA N’AMICO! CAPITO? – col tono più alto che si riserva ai disabili e agli stranieri.

Un amico… – aggiunge il magrebino, meditativo.

Sì, un amico di Milano! – e i due trasalgono,  a ipotizzare quale merce potrebbe portare un amico venuto addirittura da Milano.

E senti… poi co st’amico ‘ndo vai…? – prosegue Rocco, ostentando un’aria piena di sottintesi.

Qua vicino, a un forno che apre solo di notte…

Solo de notte, hai capito…! – seguita ad ammiccare, sempre indicandomi col mento. Non vuole rassegnarsi che non sto parlando alcun linguaggio in codice. Evidentemente, arrendersi vorrebbe dire scontrarsi con una solitudine insostenibile.

Ma no, davvero, per un euro ti fa dei pezzi di bianca… – ok, penso, non sono i termini adatti – grandi così…! – e tendo indice e pollice delle mani, tipo gesto della cinepresa, a comporre un rettangolo bello fornito. Sposto il rettangolo offrendolo anche agli occhi del magrebino. In quel momento mi rendo conto di volerli convincere di qualcosa, non so ancora bene cosa. Sento d’avere qualcosa di cattedratico; sarà che son seduto in alto. – E niente, il fornaio poi te lo spennella d’olio… – con la mano do un paio di ripassate in aria – e ti ci mette dei chicchi di sale grossi così, tipo diamanti – nell’entusiasmo mi concedo questo lirismo, e unisco pollice e indice in un cerchietto, per poi guardarci attraverso. E dentro ci vedo Rocco che fa:

Eccerto, è na bomba pe schimicà…!

No, io di notte c’ho sempre fame, pure senza chimica! – ribatto, e Rocco nella risata mi s’aggrappa a una gamba e non me la molla più.  [Continua…]

Giulio Armeni

One comment on “Fame chimica (parte 1/2) – un racconto di Giulio Armeni”

  1. Giuseppe ha detto:

    Racconto scorrevole, divertente con personaggi dagli atteggiamenti un po’ stereotipati, ma reali. Il protagonista, nella sua ingenuità filosofica, attraversa senza mai bagnarsi totalmente perché è altro. Protagonista è anche il luogo, un posto in cui ognuno può soddisfare il proprio appetito.

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