Elogio alla solitudine dello sguardo: poesie edite di Michele Tarzia

Vedere o non vedere? Non riuscire a non vedere. Non riuscire a vedere. Non poter vedere. La vista è il fulcro della raccolta poetica di Michele Tarzia, Elogio alla solitudine dello sguardo (Nulla Die).

Il titolo parla da solo: le poesie di Tarzia sono un inno, una dedica, un atto di amore a quell’atto così intimo, personale e individuale che è lo sguardo. L’atto di guardare può avvenire solo nella solitudine, o meglio, solo in compagnia di sé stessi. Io mi sento guardare, io mi vedo vedere, ma sono solo; quello che vedo io sicuramente non è quello che vedono gli altri.

Lo sguardo di Tarzia è uno sguardo che contempla, lo sguardo di un regista, uno sguardo che compone e scompone, che cerca di andare oltre, di cogliere il momento, l’istante; le sue poesie sono fotogrammi di un film apparentemente senza trama che non è altro che l’esistenza di tutti i giorni. È la palpebra che si chiude come l’obiettivo di una macchina fotografica, un’istantanea stampata a fuoco dietro la retina, una polaroid da sbattere per far comparire l’immagine nella memoria.

Perché lo sguardo sa solo quello che può indagare. Eccolo, il limite doloroso: più di così non si può. Più a fondo di così non si può. Tutto quello che viviamo, lo filtriamo attraverso la vista, ma ci sono luoghi che l’occhio non può raggiungere. L’occhio indagatore si deve fermare, ad un certo punto. L’immagine si fa evanescente, impossibile da afferrare. E allora, dopo tutto il bianco, il bianco della luce che colpisce la pupilla, il bianco dell’occhio, il bianco che è luce e visione, sorge la domanda, cosa c’è oltre il buio?

Lo sguardo si incrocia con altri sguardi: lo guardo / mi guarda / ci guardiamo. Guardare l’altro e guardarlo mentre ci guarda. Gli occhi si intrecciano, ma non c’è possibilità di comunicazione. Lo guardo, mi guarda, ci guardiamo, è tutta la stanchezza di uno sguardo che non sa più su cosa fermarsi, che non trova più l’inquadratura perfetta, il punto di vista dal quale guardare le cose. Nel caleidoscopio di vedo/non vedo, gli occhi si sono smarriti. Ora i miei occhi / chiedono perdono / per tutto ciò che non hanno / visto.

Gli occhi chiedono perdono al poeta non per ciò che hanno visto, che hanno dovuto vedere, ma per ciò che non hanno visto, per ciò che gli è sfuggito.

L’Elogio alla solitudine dello sguardo di Tarzia è senza dubbio una raccolta di poesie interessante. Alcuni testi sono più ingenui e superficiali, altri scavano più in profondità. C’è tanto materiale, ci sono tante idee, ci sono tanti pensieri e tanti temi che si irradiano dal centro. È una poesia immediata che risente del bisogno di “uscire fuori”, di essere letta e condivisa all’esterno della solitudine e che trova la sua forma in una raccolta abbastanza lunga, ambiziosa e poliedrica.

Impossibile, comunque, non trovare almeno una poesia sulla quale fermarsi e compiere il proprio personale, intimo, elogio alla solitudine dello sguardo.

Nota di lettura di Elena Ramella a Michele Tarzia, Elogio alla solitudine dello sguardo (Nulla Die, 2019).

Lo sguardo

Tutto accade
senza volerlo
solo guardando

*

Lato finestrino

Un uomo passeggia.

Lo guardo
mi guarda
ci guardiamo
A un tratto
tutto l’invisibile compare
tra me e il suo sguardo.
La forma diventa visione
e attesa…
costante amnesìa del senso.

Il treno va veloce
giusto il tempo di chiudere gli occhi
e il finestrino ha già cambiato paesaggio
e l’uomo non c’è più.
Forse,
un’impercettibile momento di
vita,
fugace visione del vedere.

*

Attraverso lo sguardo

Bianco
nero
bianco
nero
bianco
nero
bianco
nero
BOOM!
Luce.
Che botta!
(forse una bomba)

Ora i miei occhi
chiedono perdono
per tutto ciò che non hanno
visto.
Mortificati
dall’essenza della natura
e dall’artificio dell’uomo.

Ma è solo attraverso la conoscenza
del guardare
che riusciamo a vedere il nostro tempo
e
l’inconsolabile
esistenza, ci tiene
incatenati alla Terra…
ma
ora che ho perso la vista
ci vedo di più.

*

Nel mare

Mi sdraierò qui
negli abissi dello stretto
cullato dalle correnti del mare
e nutrito dall’egemonia
della fantasia.

Guarderò
il cielo attraverso l’acqua
mentre lì – poco lungi da me –
un grande pesce mi
scruta.

*

Elogio alla solitudine dello sguardo

L’ho perduto.
È andato via quando il mio atto del filmare è stato
contaminato dal vedere.
La purezza dello sguardo è svanita. Si è fatta mera
solitudine.

I miei occhi sono serrati
persi
nella gioia del dolore.
L’agonia dello sguardo è arrivata.
Sento il suo peso dentro i miei occhi
mentre
le palpebre sono ancora chiuse.
Non riesco più a vedere
ma posso immaginarmi di guardare,

oltre il buio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *