Dio di illusioni: romanzo d’esordio di Donna Tartt – Recensione

Si parte con un omicidio, un inizio in medias res, dunque, per il libro di Donna Tartt, romanzo d’esordio della scrittrice e bestseller, preludio al Pulitzer, che arriverà con Il Cardellino.

Per oltre seicento pagine veniamo trasportati nei ricordi di Richard Papen, californiano della classe media, inviso alla famiglia, che si ritrova, un po’ per fortuna, catapultato in un lussuoso college del Vermont, transfuga in un mondo di aristocratica decadenza e goliardico edonismo, a cui si abitua, presto, e senza troppa difficoltà.
Il punto di svolta è la conoscenza dello strano corso di Julian Morrow, carismatico professore di greco che riserva i suoi insegnamenti a una ristretta cerchia di giovani, scrupolosamente designati secondo criteri personali e imperscrutabili che esulano gaiamente dal rigido accademismo di facciata.
L’entrata in questa cerchia elitaria di alienati classicisti, e in particolare la conoscenza dei giovani che ne fanno parte – figli dell’alta borghesia intenti a conversare piacevolmente nella lingua di Platone –, prevedibilmente, comporterà molto più che l’abbandono di ogni altro indirizzo di studi.

Per oltre seicento pagine abbiamo a che fare con un libro così minuziosamente articolato da arrivare a farci diventare parte integrante del vivido e straordinario cosmo che la Tartt riesce a creare, accompagnandoci con la sua prosa posata, elegante e austera, attraverso le più oscure e meschine pulsioni dell’animo umano, in una dimensione fuori tempo che ci avvicina al mondo classico e alle sue ossessioni: l’eterno, insolubile conflitto fra apollineo e dionisiaco, la colpa, la dicotomia fra bene e male e, in ultimo, la catarsi, risoluzione della vicenda che, stavolta, trasborda dagli schemi pagani.

Un libro sulla bellezza, un libro che riprende gli stilemi della tragedia, ne segue le tappe e ci conduce, attraverso un vasto caleidoscopio di esperienze, all’unica, possibile soluzione.

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