Deserto: poesie edite di Ilaria Palomba

Deserto è un’opera postuma: è stata scritta un attimo dopo la fine del mondo, nel punto in cui le due rive iniziano a dividersi.

Con una mano nel sangue e l’altra a una candela, la Palomba applaude alla rovina; assiste alla caduta di un impero di carne e di fantasmi. La caduta, cado cadis cecidi casum cadĕre: più si dissolve, più restituisce al caso della lingua; tenta di dare forma all’innominabile.

Il verso è un varco, una soglia rischiosa che rende all’uomo solo ciò che resta della sua parola. L’alfabeto, la Palomba, lo legge in vocativo: la parola le serve a e-vocare, portare fuori dall’invocazione i nomi che conserva. Quelli remoti, infranti tra il sangue e la stanza; quelli rivelati, sospesi tra un verbo e una cesura.

Tre sono gli oggetti da tenere accanto leggendola: un rasoio, una maschera e i tarocchi. Il primo per avverarne la parola, o forse bucarla (una lama in vena./ Promettimi una fuga); la seconda per disperderci, giocare ai morti e partecipare alla loro festa (Al mattino l’assenza/ è una specie di morte); i terzi per indovinare cosa accadrà mille anni fa (Se non fossi morta/ non cercherei/ quello che cerco).

Nei versi della Palomba non c’è salvezza possibile: dai bordi della piaga si lecca il coltello, che può tracciare il segno o aprire una via di fuga. Sul polso, nel terreno o a recidere la carotide non importa, purché si tagli. Il sangue e il terriccio, se esplorati fino in fondo, saranno la via per un po’ di pace. Eppure la via non è percorribile, perché tutto è stasi o alterità; niente in fondo ci appartiene (Qualunque atto è inutile/ si forma lì dove la mente tace,/ è assenza/ o presenza di un altro).

Da questi versi riceviamo un comandamento: Non perdere di vista la ferita. La ferita ti proteggerà. Di tanto in tanto fa che sanguini e ricorda che sta a noi accogliere o negare. Di certo, l’urlo rovesciato nella piaga è, in questo mondo di siringhe e anomalie, l’unica benedizione possibile; l’unico varco.

Nota di lettura di Mattia Tarantino a Ilaria Palomba, Deserto (Fusibilialibri, 2019)

Da Deserto:

Qualche volta ho bisogno di morire,
disse. E i capelli si sciolsero in corvi.

*

Solo un essere frantumato può avvicinarsi a me. Devo sentire le fratture e portarle al limite. Mi ciberò di quel che resta. Sarai la cura o l’agonia. Avremo un giardino e ci pianteremo il mare. Nell’acqua saremo schegge. Di tutti i frantumi abisso.

*

Tu sei la ferita
io l’impero
cerimonia di carne
ci scambiamo
il nome.

*

Vado incontro al sottosuolo, ed è come li chiamassi, venite a me, esseri del sottosuolo, dicono gli occhi. O forse è l’afrore che emano. Loro arrivano e possono mangiare. Quando avranno finito ci sarà il deserto. Saranno colmi di rabbia per aver divorato i resti. Saranno di nuovo spaventati dalla luce. Io

non vorrei ritrovarmi ogni volta a fare ammenda. Se fai di me polvere accontentati della polvere. Se fai di me una ferita non distogliere lo sguardo dal sangue.

*

Ho paura che i fiori siano ringhiere,
l’innocenza del sangue
stilla ancora, la prima notte e il cielo,
catturo falene nel vestito rosso,
ho nascosto l’imbrunire nella cesta dei serpenti.
Oggi chiamami altrove
e insegnami a morire
senza piaghe.

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