Datità: poesie edite di Giovanna Frene

Ciò che più colpisce di questa raccolta, risalente ormai al 2001, quando fu edita in prima battuta da Manni, e riportata in luce grazie alla cura di Arcipelago itaca (e in particolare all’interessante collana di riedizioni: Sorgiva), è l’enorme varietà stilistica e concettuale, l’affollamento di impressioni, istanze, riflessioni, sguardi, a tratti materici, a volte cerebrali, altre volte ancora propriamente estetici (penso ad alcune soluzioni, come i corsivi scritti a mano). La capacità di rendere la complessità del pensare poetico conferma le doti e le caratteristiche alla base della poetica di Frene, autrice che attraversa (sceglie di attraversare) le correnti più complesse della poesia del secondo Novecento (tra cui proprio Zanzotto, che curerà la postfazione), pur non sconfinando nello sperimentalismo da neoavanguardie. Ovvero: il contenuto, oltre la forma, ha una sua stessa forma, ovvero una sua specifica dignità estetica. I concetti sono concetti espressi, e la forma poetica dà modo di rendere onore a questa forma del pensiero. Per dirla spinozianamente, una forma della forma. Ecco che Datità (Arcipelago Itaca, 2018) riceve l’imput anche stilistico dalla riflessione teorica della poetessa che sa definire la propria poesia legando indissolubilmente forma e contenuto, fino a farli coincidere, in funzione di una espressione diagonale, trasversale, appunto complessa e non immediata, che va compresa ragionando sia sul significante che sul significato.

nota di lettura a cura di Riccardo Canaletti a Giovanna Frene, Datità (Arcipelago itaca, 2018)

Ne arcessite

un’ombra passata s’innesta nella siderea
sede mentale ancora come un frammento
di un’esistenza parziale in svolgimento
(solo, i piaceri sono sempre più brevi)

è l’ombra di quella per cui hai cacciato
e corso lungamente senza ottenere premio
se non un cuore malato       una seria depressione
e una visione vuota del corso degli eventi:

ora cessati i movimenti amorosi
le stasi ti avvinghiano e ti arresti immota
sopra un fondamento che non fonda più niente:

è per inerzia che in questo niente continui
il tuo moto verso l’entropia
sepolta nel tuo corpo vivo di materia

*

Il presente sonno vissuto senza memoria per un giorno intero
si assodò che era vera felicità e il fallo che attendeva
la sua ristretta condanna si risvegliò invece in eterno

*

Sette Stanze Auree (1995) – Stanza VI.

Quella cosa di sabbia ritorna sabbia
se scrivendo non si è detto ciò che si è pensato
ma solo il modo in cui si è pensato di scriverlo
se tutto ciò che è detto non ricompare indetto
non è stupefacente la velocità con cui la mente
s’immedesima ineternamente nel male

*

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
sì, dunque: un po’ di rispetto per i folti ferri acuminati
effettivamente reduci da un pleonasma ossessivo
ci sarebbero degli eccellenti cammini a trazione
integrale disidratazione di tutte le memorie in gerghi
ecco che cosa facciamo quando facciamo l’amore
oltreoceano ad intervallo le felci si arricciano
nelle immortali specie vegetali le stesse dei vetusti
sottoboschi primitivi non foss’altro che la loro
eternità parallela alla morte è lenta apparenza lo stesso
all’identico canto che corrode la bocca
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

          PREGATE PER LA MUSA NON INTERROGATA

*

Sonetto dimezzato

la divina parrucchiera assisa al taglio
delle teste capellute accellera in precisione
il corso filamentoso delle cose innate
come se le rasoiate non recidessero il fiume

segmenti infinitesimali inforcano la cruna
degli occhi incamminati sotto i ventri lesi
come se le lame non lasciassero l’emesi della vista

( – ali d’angelo, ricordi)

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