Cometa, di Gregorio Magini – una recensione di Michelangelo Franchini

Si parla spesso dell’epoca postmoderna come caratterizzata, letterariamente, dalla fine delle grandi narrazioni. Ci sarebbe da apportare una correzione a questo giudizio: il postmodernismo, più che la fine delle grandi narrazioni, sembra essere la fine dei grandi modelli. Se infatti oltre oceano i vari Delillo e Roth e affini ricercano spasmodicamente di scrivere Il grande romanzo americano, scrivendo di fatto tanti ottimi romanzi, da noi, dove l’esigenza di formare il canone è sentita meno, il nichilismo postmoderno lascia più libertà. In questa libertà prolifera un particolare tipo di bildungsroman ben rappresentato dal bel “cometa” di Magini.

Quello che viene tratteggiato, in questo e in altri romanzi meno bene, è un mondo deflagrato, in cui, più che mai, è urgente l’esigenza di costruire qualcosa. Affidare cioè la propria essenza a un segno tangibile nel mondo. In questo caso, quell’ansia di creazione, di sé stessi e di nuove opere, è narrativamente ben identificata con la volontà di creazione di un social network. Creazione cioè che, almeno virtualmente, cerca di costruire un ordine. L’istanza, che qui si tramuta in una creazione metafisica, è provvista della salvifica capacità di redenzione. Redenzione di una vita dissoluta, edonista, ma, tutto sommato, anonima. Un nichilismo esistenziale che funziona da vuoto costitutivo entro il quale si muovono i protagonisti. Non sembra esserci più alcuna rabbia, alcuna rivendicazione nei confronti di un futuro tradito, perché tale futuro non c’è mai stato. Nessun futuro, nessuna prospettiva, e dunque bisogna crearla. Non è quindi strano trovarsi di fronte a una proliferazione di bildungsroman, sebbene l’idea di associare la creazione individuale alla creazione di un nuovo social network sia particolarmente efficace. L’esistenza, inizialmente squallida, del protagonista, assume via via un significato, nella scoperta della necessità di darsi a un progetto. Progetto commerciale: il social network è un prodotto molto redditizio. Oltre a sembrare la soluzione perfetta, dal punto di vista narrativo ed esistenziale, è significativo che sia, di fatto, la sola possibile per emergere, esclusa ogni strada artistica.

Il romanzo di Magini è uno spietato ritratto generazionale, del genere migliore: quello che rifiuta di esserlo, che non ambisce a raccontare un panorama più ampio di quello del proprio protagonista, e proprio per questo ci riesce. Con la sua prosa scarna, essenziale, Magini ci tiene a distanza; il racconto è algido, il ritmo serrato. E tuttavia questa prosa, che sembra incarnare il modello della prosa postmoderna, riesce a tenerci attenti, a non distoglierci dal flusso continuo, dagli accadimenti che si avvicendano senza significato, o meglio, alla ricerca di quel significato, che arriva a investire memorie d’infanzia, schegge di passato ben inserite nella narrazione, capaci di alterare il ritmo senza far mai calare l’interesse, dall’inizio alla fine.

Michelangelo Franchini

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