Cirque: poesie edite di Marco Rovelli

«Ciò che appare evidente a prima vista in questo libro è la commistione tra prosa e poesia, intesi come generi letterari riconoscibili tipograficamente. Ma se dalla prima vista si passa alla prima lettura, ci si rende subito conto di come il racconto – inteso in senso prosastico, alias la narrazione – sia maggiormente presente nei brani formalmente poetici […]mentre la “poesia” – o ciò che comunemente si intende per “poetico” – emerge più facilmente dai brani in prosa […] Contraddizioni della scrittura? O aderenza felice a una tradizione di Petits poèmes en prose che con Baudelaire raggiunse le sue vette più straordinarie?»,

dalla nota di lettura di Franco Buffoni a Marco Rovelli, Cirque, (Arcipelago itaca, 2018)

Dalla sezione La storia vera:

IV.

(Sofia siede sotto il pergolato a tradurre un libro, come ogni mattina di quell’estate).
Non desidera altro
se non riparo dal sole troppo bruciante,
piccola ombra, illusione di respiro.
(Traduce un libro che dice di vite di strada,
vede la propria immagine rovesciata).
Sente la mia voce nel cortile. Sofia, chiamo, quasi sottovoce. Ma:
lei sente. Comprende, e non prova sorpresa. Sapeva
che avrei raccolto la chiamata. E mi accoglie
come l’ospite atteso – da sempre. (Mi fa sedere).
Io mi sorprendo, invece. Mi accoglie come si accoglie un amico, peggio:
un fratello. (Nessun incantesimo, adesso).
Mi abbraccia con distanza (troppa distanza per essere vera, penso),
mi versa da bere. Seduto sulla pietra sotto il pergolato,
esito a prendere il bicchiere.
Bevi, dice Sofia.
(Pare felice di vedermi, ma anche questa felicità è troppo distante per essere vera).
Io le prendo la mano, appoggiata sul tavolo di pietra grigia.
Lei fa per ritrarla, e non la ritrae. Perché mi prendi la mano, chiede.
Io la tengo stretta, e non so il perché.
Lei me la lascia, è una mano morta, dovrà tornare.

(Quando il sole si fa meno battente, capisco che devo andare.
Attraverso il cortile, al cancello mi fermo, mi volto.
Sofia mi ha già dato le spalle, immobile,
rivolta verso la linea troppo netta delle montagne di roccia in lontananza.
Torno, le cingo i fianchi con le mani).
No, dice Sofia.
(Io vorrei sciogliermi nelle crepe di un’altra terra.
Vado via).

Si dà lo spavento di una luce
che prosciuga le ombre, non lascia scampo
a nessun resto.
Consegnata a una geometria del pensiero.

Eugenio viene. (È una delle rare volte che viene alla fine del pomeriggio,
e come si può dire che lei già non sapesse?). Viene con fiori nuovi  per Sofia.
Lei li mette sul tavolo, sotto la finestra. Eugenio è solo di passaggio.

(Eugenio era lo spazio necessario
che si apriva agli istanti troppo densi di Sofia,
perché il loro abbaglio non allagasse la vita.
Perché abbaglio non oscurasse abbaglio).

Ora la immagino nuda, sotto la pioggia. Nell’alba,
timida e tenace, a camminare sull’erba di rugiada.
Immagina un uomo che adempia alle promesse.
Traccia i suoi passi tra l’erba alta,
ne fa segno visibile del suo aprirsi al mondo.
Si getta sulla terra bagnata, bocconi,
tramortita dalla luce che viene.
Si bagna degli umori della terra,
si confonde col suo gemito,
la terra è il suo grembo,
il suo sesso, la sua fine.

Ecco. Adesso posso risalire il tempo, all’indietro, e la posso immaginare
(in campo lungo) in città, sul bordo (ancora) della metropolitana
(lei sullo sfondo si confonde con la folla che le passa davanti: la  ingoia e la rilascia).
Non pensa più al ragazzo dagli occhiali. È stato solo ieri,
ma lei cancella senza tracce apparenti. Attende,
e pure sa che non troverà nessuno. Ne è convinta.
(Il dettaglio, sulla mano che porta la sigaretta alle labbra.
Poi di nuovo lei, vestita del suo nero sospeso).
Per questo arriva Eugenio. Lo incrocia sul bordo della  metropolitana.
(Esita, forse non è sicuro che sia la stazione giusta. Lei si avvicina,
vuole un’informazione? Lui sorride, si lascia dire).
È rimasta in quegli occhi neri d’attenzione, e nella voce
spezzata in ogni punto che pare la frequenza d’onda di quegli occhi.
(Al tavolo di un bar, sulla strada, due caffè.
Eugenio è preso nel gioco privato di Sofia).

Un gioco è un gioco. Le regole non si cambiano.
Io ci provo a farti cadere. Ma la tua lingua non trema.
Adesso Eugenio teme l’abbaglio di Sofia.

***

Dalla sezione La fiaba:

IV. La città.

Una mattina torno alla casa. È ancora come l’avevo lasciata. La guardo da fuori, circondata dai petali bianchi come sospiri restati a macerare in una gola senza fondo.
Mi avvicino al cancello. Il cavallo si impenna disarcionandomi, e si allontana via, verso la gola, al galoppo. Resto a terra dolorante, ogni nervo fa baluginare una memoria diversa, ma adesso che sono stato scosso per un istante le immagini del passato non sono più vive come prima. Guardo la casa, e mi pare un relitto di naufragio, e non ne ho in cambio alcuna emozione. Tutto, intorno, è morto.
Ma l’istante passa, e questa morte torno a non accettarla. La tua assenza riprende a torturarmi d’un colpo. Decido di andare in città per ritrovarti. Ti sei persa, e io mi devo perdere con te.

La città mi tramortisce, lasciandomi a un sole senza scampo. Scelgo il bar più buio. Al bancone un barista grasso, con i capelli lunghi raccolti in crocchia. Seduta a un tavolo, unica cliente, una donna con una mano fasciata, sulla spalla un tatuaggio d’arabesco. Sul suo tavolo una bottiglia di vino. Io mi siedo al tavolo ac-canto. La guardo bere. Beve a occhi chiusi, protendendo le labbra come per far fretta al vino. Si accorge che la guardo, e ricambia lo sguardo. Teniamo gli occhi puntati l’uno sull’altra, senza sicura, col grilletto pronto a scattare.
Lei ha la bocca sporca del vino versato, e un ghigno indecifrabile. Andiamo, dice. Io sono colpito di striscio dalla sua intimazione. Ma è sufficiente a farmi scattare in piedi. La seguo. Non come ho seguito la vecchia nello scantinato: la seguo precedendola.
Camminiamo lungo un viale mano nella mano, in silenzio. Lei ha la mano calda, leggermente sudata, e stringe la mia torturandola. La luna che s’intravede fra gli alberi del viale mi pare del tutto fuori luogo. Fastidiosa e ridicola. Mi sento sollevato quando arriviamo al portone del palazzo dove lei abita. Un palazzo senza nome e senza storia.
Facciamo l’amore. Ma io voglio darle piacere, e non averlo. Non lo merito.

Abito dalla donna dalla mano fasciata. Mi ha accolto come un salvatore, e mi tiene con sé con l’avidità che un moribondo ha verso la vita. Io continuo a darle piacere, e ce lo facciamo bastare.
Ogni giorno batto la città per trovarti. Frequento ogni tipo di posto: bar, supermercati, biblioteche, negozi. Sono stato in tribunale e negli ospedali, nemmeno nei reparti psichiatrici sanno qualcosa. Ma continuo ad aver fede. Una fede invincibile, che mi fa stare in un’attesa eterna.
La sera consumo l’attesa nei bar più bui, dove circondarmi di estranei con cui trovare una salvezza di catastrofe. Di solito offro da bere, radunando qualcuno tra i più ubriachi. Cerco la disperazione, e capita che la trovi. Ascolto. Quando la serata è avanti, e sono ubriaco anch’io, esco dal silenzio e racconto. Non del mio passato, che non ho mai avuto. Invento storie fingendo che siano i miei passati. Mi do in pasto ai miei fantasmi, che mi vorrebbero sempre diverso da ciò che sono.
Spesso racconto di essere stato marinaio, pastore, prete. Allora il mio passato non è più funestato da una donna, ma è abitato solo dalla trascendenza del mare, delle montagne, di Dio.
Racconto di acque sconfinate, di pascoli sconfinati, di silenzi sconfinati. Solo così posso varcare i confini dei morsi che mi tengono serrato come un pugno pronto a essere sferrato, ma che rimanendo sempre chiuso diviene atrofico, asfittico.
Racconto delle anime che ho salvato, e della mia che ho perduto in cambio. Racconto del mio tenere in pugno il gregge a distanza, per non perdere di vista nemmeno un capo, e della mia visione allargata che mi fa cogliere in anticipo ogni evento, senza farmi cogliere di sorpresa, mai. Racconto del mio stare sulla prora a scandagliare il mare, gettando l’udito nelle profondità per leggere ogni increspatura delle acque.
Racconto, e capita che mi ascoltino.
Più racconto e m’invento di me, più dimentico il mio passato inesistente, e la ragione che mi ha portato nella città. Sto sempre più spesso nei bar più bui, o in casa con la donna fasciata a farle l’amore. Solo a tratti mi balena in mente il tuo sorriso. Mi sono per-so perché tu ti sei persa, e così facendo ho perso ogni ragione, compresa quella del mio perdermi.

Un giorno, senza nessuna intenzione, lascio la città, e la donna dalla mano fasciata. Non ho più niente da fare lì. Qualcosa continua a torturarmi, ma non sei tu.
Lascio la città a piedi, di buon mattino, senza un soldo. Faccio l’autostop fino alla campagna. Poi proseguo a piedi verso la gola. Passo davanti alla casa, ma non provo alcuna emozione nel rivederla. Sto per passare oltre quando vedo una luce all’interno. Allora non aspetto più. Scavalco il cancello, e mi avvicino a una fi-nestra per guardare nella casa.
Allo strumento, adesso, c’è un altro. Ai suoi piedi ci sei tu, come in adorazione. Quello scrive, e tu resti in attesa.
Guardo dalla finestra per un po’, finché un rigurgito di vita non mi si fa alla bocca. Vomito sui petali bianchi che circondano la casa. Vomito tutto fino all’ultima frattaglia, poi recedo dai miei ricordi, e lascio la casa per tornare alla gola.

Il vomito rende liberi. Io sono vuoto, adesso, e felice. Non smetto di percorrere le montagne col mio cavallo: un cavallo leggero, sottile, rapido. Formato da quel clima asciutto, da quel terreno arido e povero.
Tutti i cavalli hanno un nome. Ma non il mio. Questa felicità è troppo eccedente per essere nominata. O forse non ha un nome solo perché non è abbastanza reale.

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