Chilografia, di Domitilla Pirro – una recensione di Michelangelo Franchini

Copertina di Chilografia di Domitilla Pirro (Effequ, 2018).

C’è un piacere morboso nel riuscire ad apprezzare una narrazione così tremendamente vicina nella sua meschinità, ed è la sensazione che finalmente qualcuno sia riuscito a conferire alla scrittura una tale espressività che perfino un genere abusato, come il romanzo di formazione, possa diventare interessante. È quel genere d’interesse che solitamente suscitano i romanzi scritti oltreconfine, e va quindi rilevata la bravura dell’autrice nell’esacerbare al punto gli accadimenti da renderceli quasi esotici. I riferimenti sono tutti italiani, eppure ci appaiono distanti. La storia, terribile e meschina, di Palma, detta Palla, e del suo universo familiare, disfunzionale in modo così routinario, è una storia che conosciamo già, che abbiamo vissuto, e tuttavia c’intriga e ci tiene attaccati al libro. Lo squallore del quotidiano diventa materia narrativa, l’umorismo non lo stempera se non involontariamente, quando il grottesco raggiunge l’apice, mai il climax.

Una narrazione assolutamente schietta, capace, come non accade spesso in Italia, di giocare col materiale autobiografico senza minimamente edulcorarlo, senza accentuarne o limarne aspetti: la storia di Palma-detta-Palla è una monolitica e inamovibile storia di disfunzione che riesce straordinaria: non si nasconde nel lirismo e non si erge a denuncia – verghiana possiamo dire, nella sua capacità di non distogliere mai il lettore dalla semplice, tristissima storia di una famiglia di provincia disagiata, genitori incapaci, vite mediocri. Non c’è nemmeno un’ombra di marxismo di fondo, a lenire – col risultato di rovinare – questi tristi figuri, fantozziani quasi, ma senza iperboli, senza neanche quella grandezza tragica che serviva a Villaggio per contrabbandare la satira contro il potere.

Qui non c’è satira, non c’è nemmeno dileggio: c’è la fisicità imponente di una protagonista che s’ingrossa sempre di più, quasi a palesare la propria incoerenza esistenziale, accompagnando i capitoli con il numero dei chili raggiunti, ogni degradante accadimento della povera Palma, interiorizzato, diventa un peso fisico da portare.

Un romanzo denso, espressivo, che procede senza intoppi e senza esperimenti, come un meccanismo ben congegnato, artigianato romanzesco di una qualità non comune, maturo abbastanza da sapere che la vita vera, meschina, non ha bisogno di artifici per diventare una storia interessante: è sufficiente un’onesta trascrizione delle vicende – che qui arrivano a includere, cosa più unica che rara, la vita virtuale dei sim della protagonista, quasi una sottotrama a sé – che, attraverso un montaggio invisibile, porta a compimento, verso un finale spettacolare nella sua coerenza (che lasciamo scoprire a voi), una parabola squisitamente umana, squallida, quasi comica nella sua dimensione grottesca – come sono in fondo un po’ tutte le nostre vite, se osservate con sguardo attento.

Michelangelo Franchini

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