Che senso ha oggi parlare di Lévi-Strauss? – Tristi tropici come spiaggia d’approdo

Qual è il senso oggi di riproporre Lévi-Strauss? Potrebbe essere questa la domanda urgente che necessita di una risposta assai determinante ed esaustiva. Nello specifico è interessante l’approdo alla lettura di Tristi Tropici (Saggiatore, 2015) per un paio di possibili sviluppi. In un contesto meta-letterario l’opera edita in Italia da il Saggiatore resta un classico per il lettore, un libro-diario sempre attuale.

Tristi Tropici infatti non è solo il diario brasiliano di Strauss – scritto dopo l’esperienza  in Brasile direttamente a contatto con le tribù indigene dell’entroterra, del popolo dell’oceano- è il libro che racchiude, più di altri dell’antropologo francese, il senso e la teoria, l’apice del pensiero filosofico dello studioso strutturalista. Nel diario l’antropologo fa la storia, detta la sua lettura e si allontana dalla scrittura accademica per definire la struttura del proprio pensiero per la comprensione di tutti.

Nel diario si fa classico, non si esaurisce nel proprio tempo, non segna una traccia effimera, non determina un progetto a termine, ma un cantiere aperto: delineando le direttive della propria filosofia in modo inequivocabile.

Partendo infatti dalle tribù nel diario del Brasile traccia le linee linguistiche e comportamentali dei dogmi, del punto zero, la civiltà felice, il tabù dell’incesto, la famiglia come apogeo entro la quale passa lo stato, inteso come istituzione e come  affermazione del proprio potere.

La famiglia, l’unione scontata secondo l’idea civilizzata dell’uomo e della donna, non è altro che un insieme di elementi linguistici che determinano una rappresentazione del potere, così il tabù dell’incesto che pare essere valore universale e che è alla base dell’unione. Ma Lévi-Strauss si pone quindi la domanda e se la pone proprio in Tristi Tropici allo scopo di destinare  la risposta ad un pubblico più ampio, meno accademico.

Ciò che la tradizione prestabilisce è corretto? E sopratutto, partendo da un concetto di grado zero, può esistere un concetto di superiorità tra razze?

Seguendo il percorso segnato dal maestro Ferdinand De Saussurre la risposta alla domanda non solo di natura filologica (intesa come ricostruzione del linguaggio) ma etnografica non tarda ad arrivare: è no. Nessuna civiltà può ritenersi superiore a un’altra  se non nell’accezione della diversità. Diversità che sta nella differenza tra civiltà evolute e civiltà primitive, ma non ci può essere superiorità. La superiorità, o quel senso di essere migliore dell’altro, è dovuto solo  a un senso imperialista, in termini politici della parola. A livello antropologico, filosofico, etnografico questo non è possibile. Il concetto di famiglia stesso, come portavoce della convinzione, cioè del linguaggio di stato, aggiungo io, può essere modificabile solo se viene interrotto, abbattuto quell’insieme ancestrale di tabù che sono alla base di una civiltà. Ciò che propone la tradizione, l’ermeneutica popolare del linguaggio comune e comportamentale, non è sempre giusto e il più delle volte assume un atteggiamento scontato.

Il tabù stesso dell’incesto non è altro che una barriera architettonica che non permette una certa dinamica di fatto; blocca e annette la famiglia ad un rito perenne che sempre si rinnova quello del matrimonio.

In altre parole, Lévi-Strauss nell’esperienza di Tristi Tropici, consapevole di rivolgersi ad un pubblico più ampio, con chiarezza stabilisce e determina il concetto di antropologia stesso. Nel diario  brasiliano inaugura il concetto di lettura etnografica nella misura della sistematicità, cercando di trovare, ecco la questione funzionale, gli elementi comuni tra le tante civiltà. Tanto da mettere in disarmonia il termine stesso di civiltà, in contrapposizione al mito. Di fatto è il mito alla base dei ogni civiltà e questa non è possibile determinarla se non scoviamo l’archetipo dell’origine, la fonte ancestrale.

Lévi-Strauss quindi ricerca il mito prima ancora della storia e stabilisce, applicando le dovute similitudini, tramite una comparazione linguistica, il concetto di civiltà. Un concetto identitario che non solo si sorregge sul mito (l’archetipo), non solo su quegli elementi universali comuni, ma sulla felicità.

Smontato il concetto di famiglia, compreso il rebus dell’incesto, smantella l’idea che la civiltà evoluta sia felice, capendo che anche le isole sociali meno evolute significano e sono messaggere di felicità. Smantellamento dovuto a una escavazione che analizza come certe isole sociali, certe zone selvagge, o società passate, come quella egiziana, ad esempio, e l’ovvio lo aveva sotto gli occhi nel caso di alcune tribù brasiliane, hanno da sempre forato il tabù dell’incesto per uno stato di autoconservazione.

La consapevolezza dell’uomo non viene quindi da quando la scimmia ha iniziato a parlare, ma da molto dopo, e non viene dal concetto di sopraffazione, ma da uno stato di autodeterminazione.

Ecco allora svelato il mistero.

L’antropologo, il filosofo delle civiltà e delle tribù, per la prima volta si fa scrittore e unisce, nel progetto di un libro determinante e rivoluzionario, il rigore stesso di una disciplina: da filosofo dell’etnografia si fa narratore del mito e poi della coscienza.

In nessun caso precedente si era dunque assistito a un discorso così radicale, così sistemico da abolire ogni possibile etichetta convenzionale: le civiltà non sono mai chiuse e sopratutto sono un tessuto in progressione continua. Solo la dinamica che sta nelle cose, nello stato della natura è la vera protagonista scientifica: il resto è solo aria fritta.

Il Saggiatore che fu la prima casa editrice in Italia a editare il diario dell’antropologo, Tristi Tropici, ripropone ancora oggi quest’opera del tutto attuale. Un documento non solo definitivo e universale, ma un grande classico della letteratura: la fonte di una rivoluzione mai sino ad adesso compita e permanente.

                                                                                                                                                                    Iuri Lombardi

 

 

 

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