Catasta (parte 2/2) – un racconto di Fabio Gaccioli

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Da allora non l’ho più vista, se non di sfuggita, a spasso per le strade del paese e sempre da sola. Adesso che l’inverno è alle porte io esco di casa più spesso che mai. I temi di scuola, i compiti in genere, sono un castigo che ho imparato a scontare in fretta, sballottato dagli scatti del bus.

Le strade, i campi, le carraie e i cortili sono tornati proprietà del vento. I vecchi se ne stanno chiusi in casa, escono un poco verso sera, dopo cena, e quei quattro che restano si ritrovano ai tavolini del bar che, anche se chiuso, accende la luce soltanto per loro. Io, se non piove, taglio per i campi e mi infilo nei cortili delle case deserte, dove d’estate ritrovo gli amici che vivono in città. Mi sento addosso una solitudine che mai, quasi fosse l’investitura di un re. Ritengo la terra che calpesto in silenzio un mio possesso, e corro spesso, dopo che mi sono fatto un bastone nel bosco, sul muro di cemento del piazzale della chiesa, lo percorro avanti e indietro come una sentinella, e guardo la valle che si allunga a incontrare il fiume, vegliando che non salga nessuno, che da laggiù non si affacci un solo nemico.

Il Ventasso ha nubi scure che gli tagliano la testa e io sento nel vento un freddo più intenso. Tra poche settimane calerà il buio che mangia il culo alla luce e io ormai avrò fatto l’abitudine all’odore di legna bruciata che sale dai camini delle case.

Ho deciso di andare alla pietra bianca e da lì affacciarmi a guardare le montagne ammantate di nebbia: il Prampa, la Cisa, il Cusna. Con un po’ di fortuna posso anche incrociare le impronte di un cervo o le rugate di qualche cinghiale. Mi porto il coltello da caccia che mi ha dato mio padre. Ma non posso andare troppo fuori dal sentiero, ci sono sempre quelli che vanno a penna e se muovi il cespuglio sbagliato ti fanno fare la fine del fagiano.

Mi lascio alle spalle le ultime case del paese, alla Colombaia, e dopo poco arrivo davanti allo stallone di Toni. Nello spiazzo di terra, vicino al mucchio del letame, c’è un erpice arrugginito. Non ho mai scavalcato questo recinto. Toni non mi piace per niente, né a me né a nessuno. È un tizio grande e grosso, un moraccione con la faccia quadrata che passa il tempo giù dal trattore a mangiarsi i confini dei campi, e al catasto non dicono niente. Allo stesso mondo si mangia i letti delle giovani spose. E a dar retta alle voci, ha mangiato, e a lungo per giunta, alla greppia dei nuovi arrivati, i pianzani. A me danno fastidio queste voci che sento, e saperla toccata da quelle mani mi mette il nervoso. Ma era chiaro che non poteva funzionare. E dire che, dopo quel pomeriggio che li ho visti ubriachi, io a lei me la sono pure sognata. E da sveglio, poi, ci sono tornato ogni tanto, e al sogno e al ricordo. Ma non c’è niente da fare. Quassù non dura mai niente.

Mi sono fatto una camminata lunga, fin su al sasso e poi indietro, di nuovo in paese. Non ho resistito alla curiosità e, anche se stava già facendo buio, sono andato fino al Bragolo, a vedere se il Range Rover era parcheggiato al solito posto o se c’era luce che veniva dalle finestre.

Il lampione sopra al monumento ai caduti, davanti alla casa dello scarpolino, era già acceso. Anche quello sulla strada del Bragolo mandava il suo bagliore giallognolo. L’aria, intorno, era livida e blu. Il macchinone, però, era sparito. Stavo per incamminarmi lungo lo sterro che porta alla casa dell’Ines, a vedere la scultura di legno che rappresenta un serpente che si drizza all’insù. Volevo anche gironzolare intorno al cortile e sbirciare le finestre. Faccio così in tutti i cortili delle case lasciate. Mi riprendo il possesso.

Sono arrivato fin sotto la finestra della cucina, convinto che non ci fosse nessuno, quando ho sentito la porta aprirsi.

Aveva la solita aria trasandata, con quella barbetta rada un po’ a punta e i capelli spernigati. Mi si è parato davanti e mi ha guardato come uno che torna da un sonno pesante. In bocca aveva la solita sigaretta arrotolata che bruciava vicino alle labbra. Ho notato che in mano stringeva un paio di guanti da lavoro che, così a occhio, dovevano essere due volte la sua misura. Non mi ha detto niente; è rimasto impalato a fissarmi, poi è passato in là, verso la legnaia.

Mi sono accorto in quel momento che la legna era sparita.

L’ho visto armeggiare con la catena che tiene chiusa la porta a due battenti. Ha aperto lasciando che le ante si spalancassero, gemendo sui cardini. Ho visto tutti quei quintali ammucchiati là dentro. Alla fine l’aveva spostata. Mi è sembrato di vedere una mezza parete di legna ordinata, ma il resto era buttato per aria come dopo un terremoto. L’ho sentito bestemmiare come bestemmiano i miei vecchi. Allora mi sono avvicinato fin sull’orlo dell’uscio.

S’era messo i guanti da lavoro e si è drizzato a guardarmi, con dei ciocchi in braccio. La sigaretta aveva smesso di mandare del fumo, ma non badava a riaccenderla.

Ho dato un’occhiata in giro e ho provato vergogna per lui.

Devo aver sbagliato qualcosa – mi fa. – È venuto giù tutto.

Ha lasciato cadere i ciocchi e ne ha raccolti degli altri. Li scaravoltava cercando di guadagnare un po’ di spazio vicino al muro. La parete di legna che non era crollata era giusto una punta. Mio papà mi avrebbe bestemmiato addosso per tutto l’inverno se avessi combinato un disastro così.

Secondo me hai lasciato troppo spazio tra un ciocco e l’altro, e non sei partito alla giusta distanza. Questa legna è già stagionata, puoi fare benissimo una catasta stretta.

Sapevo che non mi avrebbe capito. Si è voltato a guardarmi un attimo, con fastidio, e poi si è rimesso a rovistare tra i ciocchi. Ho provato un sottile piacere a vederlo intontito. Poi, però, mi ha fatto pena. Era evidente che non sapeva dove mettere le mani. A quel punto, che la legna fosse in disordine, non era proprio una colpa. Nessuno nasce imparato, come dice il mio babbo, e sbagliare si sbaglia perché si lavora.

Stavo andando a vedere il serpe verde – Gliel’ho detto, così, per dire qualcosa. Stavo per andare oltre e chiedergli dove fosse lei, ma non mi sono azzardato. Dalla casa alle mie spalle veniva solo silenzio.

Ah sì? – Fa lui. Si è rimesso dritto di schiena strappandosi via la sigaretta dalle labbra. Ha morsicato qualcosa stringendo i denti, e poi si è rimesso al lavoro.

L’ha scolpito Pini, uno che è morto di freddo. La povera Ines lo ha piazzato all’inizio delle scale, perché dice che tiene lontano il malocchio. È un serpe, verde, che si drizza all’insù e mostra i denti. Mi sa che è qualcosa che ha a che fare con la bibbia, ma nessuno può dire. Non mi ha nemmeno risposto. Io ogni tanto buttavo un occhio alla casa, se la vedevo passare davanti alla finestra, ma niente.

Sta merda non vuole saperne di star dritta! Aveva ricominciato ad accatastare, ma non badava al lavoro. Alzava di troppo e la legna era instabile alla base.

Se vuoi ti faccio vedere…

Mi avete già fregato una volta, tu e tuo padre, a farmi pagare più del dovuto. Son stanco di farmi fregare dalla gente di qui. Allora sono io che mi sono vergognato. Guardavo la schiena di un uomo, vicino all’inverno, che si sentiva tradito. Mi sono fatto prendere da una commozione strana, da una simpatia che di solito riservo solo agli amici.

Non ti chiedo niente. Ma se vuoi ti posso spiegare. Se vieni dalla città certe cose mica si sanno da subito. Bisogna imparare.

Devo aver detto una cosa che l’ha colpito, perché si è fermato con un ciocco in mano. Fissava quel ciocco come si guarda negli occhi la morte.

Il serpente che dici tu – mi dice senza voltarsi – È un po’ che ci penso anche io.

Come prima cosa, gli dico, bisogna partire alla giusta distanza dal muro. Bisogna pensarci prima: calcolare quanti quintali devi mettere a posto e quanto spazio ti serve, soprattutto in altezza. Bisogna fare in modo che la legna si appoggi man mano alla parete e non sporga all’infuori, altrimenti è un disastro. Poi si scelgono i legni più grossi, spaccati a mezzo, e li metti con la corteccia rivolta all’ingiù. Questa non è legna che deve seccare, ma è comunque una buona cosa tenerla sollevata da un pavimento così, per evitare che prenda l’umidità. Puoi usare dei bancalotti, se li hai, oppure due legni lunghi che metti paralleli e a giusta distanza. Devi avere un po’ di occhio, che la pendenza del pavimento non sia eccessiva: puoi usare dei legni da esca o altri pezzi più piccoli per aggiustare il filo. Se la catasta viene troppo corta rispetto al muro, devi aver cura di chiudere il lato esposto sistemando i ciocchi a incastro, due per il lungo, due per il largo, così da alzare una specie di colonna. Dovrai badare a sceglierli con cura perché dovranno sostenere il peso della catasta, su quel lato. Mano a mano che procedi ricordati di scalare di qualche millimetro verso l’interno l’appoggio dei ciocchi, e cerca di fare una cosa uniforme, come fosse un muro di sasso; non devi lasciare spazi troppo vuoi: alterna i randelli alla legna più grossa e aggiusta il filo con tavelle o legna da esca. Meno riesci a usarne, comunque, più bella a vedersi sarà la tua catasta.

Lavora così e in silenzio. Non farti distrarre dai pensieri. Cerca di dare un nome al legno che usi: se è faggio, cerro, abete. Non scordarti mai che l’inverno ritorna ogni anno, e nel fuoco che brucia puoi sempre cercarci una faccia. Io faccio così, me ne resto vicino alla stufa e guardo fuori dalla finestra. Guardo tutto quel bianco dove prima era verde e calore, e guardo i cani da caccia nelle gabbie, e loro guardano me. Hanno il pelo bagnato e tremano al gelo, neanche ti abbaiano.

Io sono contento di avere un fuoco che brucia. Tanto, il resto, è roba non mia.

Gli do una mano con la prima fila di legna e poi lo lascio lavorare. Lo capisco da me che queste son cose che van fatte da soli. È ormai buio, quasi ora di cena. Sento la voce di mia madre che chiama, con l’urlo solito con cui mi cerca, affacciata a una finestra, le sere d’estate. Mi chiudo la lampo della giacca fin sotto al mento. Ormai viene il freddo. Lo si sente soprattutto a quest’ora, quando i lampioni buttano luce sulle strade deserte.

Fabio Gaccioli

One comment on “Catasta (parte 2/2) – un racconto di Fabio Gaccioli”

  1. Martina Antoci ha detto:

    E’ veramente toccante. Caro Fabio, grazie per avermi regalato il Cerrè che tanto amo, con i suoi volti, i suoi odori, la voce del vento, di chi ancora c’è e di chi non più.

    Un abbraccio di cuore
    Martina

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