Cardamomo nero – un racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

Il balcone esposto a sud ha i cardini incrostati di sporco, lo apro con una certa difficoltà. Guardo il terrazzo che ha l’aspetto di un posto investito da una bomba d’acqua: vasi a terra, cocci dappertutto, detriti e foglie secche.

Le tende si spiegano lentamente al venticello, come una crisalide che diventa farfalla, dopo essere state immobili per anni. Un tempo erano color avorio, oggi sono grigio antracite a causa della polvere e della fuliggine che vi si è depositata. L’aria fresca spazza via l’odore acre di chiuso e di muffa infiltrata tra le crepe dei muri.

Sul mobile della macchina da cucire Singer degli anni ’20, posacenere traboccanti, diffondono un olezzo nauseante di mozziconi e cenere bagnata. La poltrona, un tempo di velluto rosso, è sfondata; sta davanti il mobiletto su cui si trova un televisore portatile Philips di 14 pollici nero: una degli ultimi acquisti fatti, prima che la casa chiudesse la porta al progresso.

La luce illumina il pulviscolo sospeso; il pavimento, in cotto rosso a forma esagonale, è spalmato da uno strato appiccicoso di sudicio dove puoi ancora intravedere peli di gatto color squama di tartaruga, frammenti di pasta al pomodoro, pezzetti di carota, noccioli d’oliva caduti accidentalmente e trasformati in piccoli fossili.

Dalla doppia fila di bottiglie di vino vuote, posate con cura lungo il perimetro della stanza, arrivano corposi sentori alcolici.

Spicchi di sole illuminano i ripiani della libreria a muro su cui fanno mostra le coste, un tempo bianche, della raccolta Urania, da numero 1 al 172: ricordi di un tempo in cui si credeva in un futuro.

Fermo, accanto al balcone guardo la stanza ed è come se lo vedessi ancora di spalle, seduto sulla poltrona che guarda il televisore spento o le foto incorniciate alle pareti che ricordano momenti, apparentemente felici, di vita trascorsa. Oggi quei ricordi sono sbiaditi e non c’è più nessuno a raccontare il prima e il dopo di quegli attimi immortalati.

Ieri mi sono precipitato a vedere se fosse successo qualcosa, dopo che non avevo avuto nessuna risposta alle insipide telefonate che facevo ogni giorno, per mettermi la coscienza a posto:

Pronto? Come stai?”

Tutto bene e tu?”

Bene. Bene. Hai mangiato? Hai preso le pillole?”

Sì, certo. Sto bene.”

Hai bisogno di qualcosa? Devo farti la spesa più grossa?”

No, grazie. Non ho bisogno di niente. Ci penso da me – come sempre. Buonanotte!”

Buonanotte… papà.”

Ieri invece, non aveva mai risposto.

Non ho suonato, tanto non apriva. Avevo le chiavi e sono entrato.

L’ho visto seduto in poltrona, con il bicchiere di vino in mano, come se guardasse la televisione, ma era spenta, come lui, anche se ancora emanava calore.

Ho chiamato il 118. Lo hanno portato via. I vicini curiosavano da dietro i vetri.

È partito in silenzio come cantavano i Depeche Mode tanti anni fa, quando ancora vivevo in questa casa.

Dalla cucina si espande fetore di materia in decomposizione, dovrei andare a vedere, ma resto pietrificato qui: guardo ciò che la luce del giorno illumina. Le statuine di porcellana pacchiane, tanto amate da mamma e i centrini di cotone colorati, fatti con meticolosa precisione dalle sue mani, sono oggetti sporchi e anneriti.

Sento la polvere depositarsi in gola e tra l’epidermide delle mani. Meglio muoversi e guardare il disfacimento che probabilmente ci sarà in cucina. Le suole aderiscono leggermente allo strato appiccicoso a terra, ma ho la sensazione di avanzare tra le sabbie mobili. Accendo la luce, sono indeciso se aprire la finestra. Sono sicuro che appena aprirò arriverà la vicina per avere notizie e curiosare.

Non sono sicuro di voler raccontare.

La cucina ha un aspetto raccapricciante: pile di piatti sporchi nell’acquaio, pentole e padelle incrostate di cibo. La pattumiera emana un cattivo odore che si mescola a quello di fogna che fuoriesce dallo scarico del lavandino.

Non so perché apro il frigo. M’investe il puzzo di latte inacidito, cipolla ammuffita e verdura marcia. Mi sale un conato. Istintivamente forzo la maniglia della finestra e apro.

L’aria fresca mi fa stare meglio. La luce naturale migliora la visuale. Vedo che le uniche cose in ordine sono le bottiglie di vino rosso, non mi pare una gran marca, ma mi sembrano tante per uno che viveva da solo.

Mi ricordo che mamma usava tante spezie, tenute in un mobiletto che è sempre al suo posto. Lo apro e vedo ancora che ci sono tutti i barattolini trasparenti con dentro sostanze di diversa forma e colore. Trovo del cardamomo nero, l’odore è ancora buono, apro una bacca e la mastico. Il sapore di affumicato e agrumato mi invade il palato e arriva al naso: una boccata di freschezza.

Non vedevo che andavi alla deriva. Non ho voluto vedere le bottiglie vuote che mettevi ordinatamente lungo la stanza. Mi mandavi segnali, ma non ascoltavo. Non nego che per me eri un macigno che premeva sulla mia vita. Tutto qui è pesante. Sono scappato per sentirmi libero. Sono dovuto ritornare. — Non mi mancate. Invece mi manca la mia vita.”

Suona il campanello. “Ecco la vicina. Come previsto.”

Apro indossando un’espressione consona alla circostanza.

Signora Bertini. Era tanto che non ci si vedeva!”

Buongiorno, mi dispiace incontrarla in questi tristi momenti.”

Purtroppo, la morte è una delle fasi della vita. Tutti ci dobbiamo passare. E poi ultimamente la salute non era ottima.”

Noto che sotto la giacca sta facendo le corna. Brutta vecchiaccia, davanti alla morte non c’è scaramanzia che tenga.

Era una così brava persona. Un po’ a modo suo, però, insomma— era tanto che eravamo vicini. Poi, dopo quello che successe alla povera mamma, non si è più ripreso. Dio li abbia in gloria entrambi. Sa, prego sempre per loro!”

Molto gentile da parte sua. Anche se loro in fondo, non erano molto religiosi.”

Ma ora di questa casa che ne vuole fare? Sa com’è, la mia è un po’ piccina ora che mia figlia si è divorziata ed è tornata a casa nostra—.”

Che troia, hai sempre sbavato per questa casa. Ma prima di venderla a te e a quella squinternata di figlia, la regalo a un’associazione mafiosa.

Mi dispiace, ma credo che ci verrò ad abitare io. Devo lasciare l’appartamento. In fondo a questa casa ci sono affezionato. Poi è piena di luce.”

Ma guarda che faccia che fai. Ci sei rimasta male, vero? Vecchia bagascia, ti ho sorpreso. Che credevi: esserti fatta scopare da mio padre non ti il diritto di infilarti in casa mia!

La signora Bertini farfuglia qualcosa. Mi saluta e uscendo chiude la porta.

Deciso, vado a spalancare balconi e finestre in tutta la casa: voglio che vada via quest’aria vecchia e irrespirabile.

Entro nella loro camera da letto, ho un groppo alla gola mentre guardo i vecchi mobili e la coperta a quadrati fatta dalla mia vecchia, ancora stesa sul letto. Apro la finestra ed esco subito, ho come la sensazione di violare un luogo da cui sono interdetto.

Esito un momento prima di varcare la soglia della mia vecchia stanza. Inspiro e giro la maniglia. Una patina di polvere ricopre ogni cosa. Insieme all’odore di chiuso mi investono i ricordi che impregnano ogni centimetro di questo spazio.

Torno in cucina. Dopo aver tirato a lucido un pentolino, apro una bottiglia di vino e lo riempio per metà. Dal mobile delle spezie prendo anice stellato, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e cardamomo e le butto dentro il liquido e lascio bollire. Un caldo profumo si diffonde tra le pareti.

In un angolo del terrazzo intravedo una sedia a sdraio. La apro, è ancora in ottime condizioni. Mi siedo alla luce del giorno, adesso non voglio pensare a tutto ciò che dovrò affrontare.

Ora mi godo questo momento: bevo e ricordo.

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

One comment on “Cardamomo nero – un racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco”

  1. Gabriella ha detto:

    Bravo Giuseppe!! Mi piace come
    riesci a entrare nei vissuti e
    a raccontare i sentimenti umani..
    Aspetto un nuovo racconto.

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