CapoVersi – una nuova collana di poesia Bompiani: Non è tempo di essere di Vladislav Chodasevič

Il Chodasevič del tramonto: la letteratura russa nell’età del Simbolismo


La raccolta del poeta russo Vladislav
Chodasevič Non è tempo di essere, edita da Bompiani per la neo collana CapoVersi, raccoglie le poesie tarde dell’autore moscovita per la curatela di Caterina

Graziadei

Sull’importanza della collana ho già avuto modo di parlarne e avanzare un mio parere mediante la recensione al libro di Ashbery, quindi in questa sede evito il rischio di ripetermi, nonostante sia indispensabile ricordare quanto una nuova collana sia foriera di buoni auspici e scoperte di nuove voci, quindi messaggera di speranze e di possibilità.

Tuttavia, mi preme in questo frangente arrivare subito al dunque della questione e affrontare Chodasevič e il suo mondo poetico.

Chodasevič è indubbiamente uno dei poeti della Russia simbolista più interessanti e, per certi versi, rivoluzionari e al contempo tradizionalisti. Urge quindi spiegarsi meglio e come nelle migliori analisi letterarie non possiamo esentarsi dal porci degli interrogativi. Domande e risposte che elencano le peculiarità del poeta analizzato, allo scopo di creare una recensione o piccolo intervento analitico il più possibile organico.

Chi è costui? Quanto è stata fondamentale la sua presenza all’interno del panorama della letteratura russa? E poi – ma non per ordine di importanza- che senso ha oggi riproporre la sua produzione?

Possiamo intanto partire col dire che Chodasevič è stato un intellettuale e un critico letterario, nonché studioso della Russia e della poesia moscovita, e la sua attività come critico militante è servita a lui come stampella per la sua occupazione di poeta.

In che termini?

Lo scrittore inizia la sua attività nel’22 dando alle stampe l’antologia La Lira Pesante e l’esordio lo vede protagonista come autore di versi in una stagione di grande fermento e tensione culturale nella Russia post-zarista, tanto che non fatichiamo adefinirlo da subito un simbolista. Il Simbolismo come modus operandi di fare poesia in Russia è assai importante e dal punto di vista dei contenuti (che saranno completamente innovativi) e sul piano fenomenologico del ruolo letterario stesso. In sostanza, cugino del movimento francese, in Russia pare arrivare un ventennio dopo e con forza diventare una tendenza culturale tra le giovani menti di una intera generazione. Si trattò di un modo di rivoluzionare la poesia, ancora legata a un certo Realismo, oramai datato, più affine alla narrativa che al mondo dei versi e che, per suo destino, ancora pregno di un sentire romantico e sentimentale.

Il panorama moscovita e russo in generale della letteratura era infatti ancora capeggiato da Puškin, Dostoevskij, Gogol e i nuovi poeti, quelli nati alla fine dell’Ottocento, sentirono, quasi per istinto, come forza innata e «diabolica», di dover mutare il sistema, ribaltare il modo di scrivere in uno inedito. Ecco allora che l’influenza parigina, le prime apparizioni di Baudelaire e Rimbaud, alcune edizioni clandestine, altre ufficiali, tradotte in russo o in lingua francese, travolsero con fulgore i giovani scrittori e la rivoluzione. Il mutamento di rotta, avvenne senza tante premesse.

L’avvento del cambio d’aria tuttavia assunse i toni di una rivoluzione soprattutto riguardante i contenuti di certe poesie. il Simbolismo venne a colpire a morte il Realismo e tutta la tradizione precedente, dando avvio a una grande stagione.

Ai nomi storici si vennero a sommare nuove voci: Esenin, Gork’ij, Chodasevič, Sologub, Belyj, Gončarov, Bulgakov, inaugurando il tempo della nuova stagione artistica e che pose la distanza netta con il passato e con l’epoca zarista.

La grande stagione simbolista crea quindi un nuovo fermento culturale che sviluppa rapporti tra Mosca e Parigi, che edifica un proprio raggio d’azione, un proprio spazio temporale. Quella che inizialmente poteva considerarsi solo una tendenza adesso è qualcosa di più: è un netto confine tra l’età realista e quella romantica, tanto da instaurare un nuovo gusto, un’inedita interpretazione del mondo.

A tracciare i confini in modo netto e irreversibile sono quindi una serie di pubblicazioni a partire dalla prima raccolta di Chodasevič, già citata sopra, e da una serie di romanzi a cominciare da Pietroburgo di Belyj, I Bassifondi di Gork’ij e poi ancora Il demone meschino di Sologub. Si tratta di opere, uscite in tempi diversi, di narrativa e poesia, che danno inizio al Simbolismo russo e alla stagione definita «d’argento», dagli storiografi del settore, e che permettono di aggiungersi al coro di autori, di pubblicazione in pubblicazione, nuove voci. Ma il movimento, questa nuova tendenza letteraria, pare svilupparsi esprimendosi tra vari generi letterari, assumendo un atteggiamento poliedrico. Se di fatto il Simbolismo russo viene inaugurato con la raccolta del nostro nel’22 – e da altri libri- una serie di edizioni, sia di romanzi sia di sillogi, di atti teatrali e di saggi, attestano e costituiscono l’ossatura dell’esperienza simbolista, proseguendo l’inizio di una primavera artistica e, in una certa misura, storica. È indispensabile – quanto necessario – comprendere che, ad affiancare il grande laboratorio poetico, vi è un percorso esplicito riguardo la copiosa attività romanzesca e drammaturgica.

La «stagione d’argento» come abbiamo visto segna il confine netto con l’età realista e con il romanticismo e pone la poesia russa come oggetto di un mutamento di rotta inevitabile. Il poeta diventa quindi più intimista, i versi sono pregni di un pathos lirico e dai toni cupi, avanza, man mano che cancella il sentimento romantico, una sorta di imagismo psicologico di cui Esenin è uno dei capostipiti indiscusso.

Tuttavia, per essere chiari e sgombrare il campo da equivoci, conviene inquadrare storicamente la «stagione d’argento» all’interno di un contesto d’insieme in cui convivono dinamiche politiche e sociali tese a concretizzare una rottura definitiva con i vecchi schemi.

Siamo infatti nel periodo bellico, poco dopo la«Grande Guerra», e la Russia adesso è un paese socialista, dove i Bolscevichi hanno sostituito i vecchi Zar attraverso la rivoluzione proletaria. Per cui, volendo fare un rapporto, una sorta di comparazione in termini storiografici, possiamo affermare che mentre il Romanticismo e il Verismo stavano all’età zarista, la «stagione d’argento», ossia i simbolisti, sta al boscevismo.

Questi scrittori dunque non solo formulano e danno preludio a una nuova tendenza poetica ma sono anche figli di un tempo diverso. Un’età di forte cambiamento radicale, dove si è trasformato il rapporto tra cittadino e governo, dove adesso, dopo la caduta del sistema antecedente, lo stato è del proletariato e il popolo tutto è l’assoluto protagonista della scena.

Nel mondo di Chodasevič non c’è più il contesto sociale e politico che portò Dostoevskij a scrivere i Demoni o Delitto e castigo. I tempi sono mutati radicalmente, e con essi la letteratura. La storia resta schiacciata dal peso di un Oblomov, e nelle strade di Mosca sino nelle campagne della Siberia si respira l’aria di una primavera perpetua.

Parlando di Chodasevič, è chiaro considerare il nostro poeta come il capostipite di un nuovo tempo, di una stagione completamente diversa. E la sua poesia, anche se in questa occasione la conosceremo solo in parte, almeno quella relativa al suo ultimo periodo, è da ritenersi «simbolista» per eccellenza. Ecco allora che il comporre la poesia per simboli, il procedere per pura indagine psicologica, innesca una dinamica all’interno della sua produzione quasi a creare un universo interiore allestendo una propria geografia biografica, un proprio spazio atemporale. Un tempo metafisico dove il poeta si muove, accresce la sua attitudine, avanza un pensiero.

Se l’indagine, il raggio d’azione di Chodasevič sin dall’inizio era pesante e pessimista, dai toni cupi e grigi; ecco allora che su questa via l’autore prosegue prendendo mai scorciatoie di comodo, cambiando continuamente registro, per fungere da specchio alla propria stagione e battere vie sempre inedite per la sperimentazione. In una stagione in cui i giovani russi si giocano tutto il loro avvenire, dove per le strade di Mosca e Pietroburgo è esplosa una rivolta civile, dove il poeta non può più rinchiudersi in una torre d’avorio ma sente il desiderio e la necessità di essere complice e attivista di questa drammatica ma felice primavera.

Già infatti dalla prima raccolta Molodost’ (“Giovinezza”) l’interesse del nostro autore si incentrava nel rapporto tra la vita e la morte, come fosse una premonizione sui tempi vissuti, un presentimento ancestrale e questa esternazione, presente dal principio, lo accompagnerà per l’intera sua produzione, quasi a avanzare una intelaiatura psicologica nei versi.

Si tratta di un percorso che si accrescerà, che squarcerà il velo del tangibile per penetrare a fondo nella sua lettura come nel caso di Visione, sino a arrivare a l’ultima silloge dove l’amore per la vita dà il senso della fine in Necropoli.

Si tratta di testi che fanno di Chodasevič non solo un simbolista ma un autore metafisico, che in parte assorbe e riflette la lezione di certi inglesi seicenteschi – o almeno li ricorda – e per altre ragioni si unisce al coro dei suoi amici e coetanei; piantando i piedi sul presente russo e l’altro in un sentimentalismo preromantico.

Con Gork’ij in particolare vive anni di intensa amicizia, soggiorna spesso nella villa dell’amico a Sorrento, cerca e scopre nuove voci come nel caso di Nabokov, fonda e dirige giornali come I Giorni.

Tuttavia per riuscire a comprenderlo meglio, il passo che è necessario fare non è nel procedere avanti ma nel retrocedere di due o tre gradini e arrivare al poeta giovane, pregno di quei valori tipici della rivoluzione d’argento che già albergavano in lui. Di un ragazzo di bell’aspetto e ben vestito che si atteggia a dandy aggirandosi per le strade di Mosca e inizia a collaborare con il mondo della cultura. È proprio negli anni Venti che avviene il debutto sulle testate come critico militante, ed è in questo tempo che germogliano in lui i semi e le idee che pochi lustri dopo lo faranno un rivoluzionario, un riformatore della letteratura.

Affacciato al balcone della sua stanza lungo la prospettiva, inizia a scrutare, a osservare, a scorgere in lontananza l’orizzonte dei soggetti della futura propria indagine, quel popolo che si rinnova e si riconosce nella primavera moscovita e dal quale assimila e traduce in versi: il senso della morte e l’amore per la vita.

Si tratta, in sostanza, di passaggi che avvengono lentamente innescando una propria dinamica interiore, a riformulare un paesaggio interno, dell’anima e che gli permette di approdare poi alla stesura di nuovi testi oggetto della raccolta proposta da Bompiani Non è tempo di essere.

In questa occasione, in questa prova poetica, come suggerisce l’introduzione della curatrice, c’è tutto un processo storico e interiore del poeta che vale la pena evidenziare. Si tratta di un aspetto ontologico che nasce dalla prima silloge e arriva alle ultime fatiche, dove l’aspetto della morte oramai prevale sino a estinguere il quadro dell’esserci.
Se infatti su di un piano ontologico per il primo lavoro l’idea della fine, l’elaborazione enunciata, del lutto si completa nei confronti della vecchia epoca, con l’incedere della «grande guerra», la rivoluzione, la guerra civile, nelle raccolte di mezzo vi è un cosmopolitismo più marcato, complice la vita, l’esperienza spazio-temporale che lo vede soggiornare in Europa tra Parigi e Berlino. Sono gli anni di Pietroburgo, della moglie, della storia d’amore. Ecco allora che le ultime prove, compresa Necropoli segnano la fine di una fine, sono l’enunciazione ontologica e fenomenomenica di un approdo compito.

E’ il periodo relativo alla emarginazione di Berlino e di Parigi, dell’Europa post-bellica, delle strade riverse da diseredati, dai nuovi poveri, da un sentimento dove pare sia morta ogni speranza e dove l’essere non è più, pare sbriciolato, caduto, sbalzato in una dimensione estranea e straniata. Dove l’io si sdoppia, non è più in sé, dove il metafisico o quel senso di spossatezza diventa evidente, come ci suggerisce la nota critica di Caterina Graziadei:

«Diviene allora evidente sopra ogni altro un sentimento ignoto al compatto mondo puškiniano: la scissione dell’io, lo sdoppiamento adombrato in Un episodio, segnali di un’ascendenza pietroburghese nella poesia di Chodasevič. Nella sua linea oscura e allucinata la cultura pietroburghese esprime infatti una particolare percezione visiva, una sorta di distorsione ottica, che richiama “l’occhio capriccio-so” di Mandel’štam, la visione altamente selettiva degli accademeisti. La diffrazione dello sguardo scaturisce da una prospettiva metafisica che altera e separa, sdoppia la realtà».

L’ontologia è morta. l’io, l’essere non esiste più e con la sua estinzione declina la stagione russa più dolorosa, quella dello zar e del Realismo, dei bei sentimenti romantici, scompare Puškin e Dostoevskij , Gogol e Tolstoj.

Il poeta adesso è il portavoce di una ferita sanguinante, mai suturata; è il cantore della miseria, del caos dopo l’esplosione: il foriero di una primavera d’argento che non può essere scambiata per oro, non può essere confusa, per il suo evolversi, con un’altra stagione.

Infine due parole sull’edizione Bompiani è d’obbligo spenderle. Non solo per il fatto dell’importanza di proporre un poeta che per l’Italia non è molto conosciuto, ma per l’organicità e l’idea completa che dà di Chodasevič e del suo universo metafisico.

D’altronde, la cultura russofila da parte di intellettuali o letterati italiani negli ultimi anni pare essersi eclissata, senza una ragione. Gli autori russi, se vengono affrontati e studiati, avviene solo in sedi accademiche, mediante corsi universitari specifici, mentre manca una vera e propria scuola di curatori e di storiografi tra i letterati (intendo per letterato uno scrittore e non un saggista o altro) che avanzi una ricerca concreta e che faccia da pioniera in avanscoperta. Che a me risulti nel nostro paese di letterati russofili se ne possono chiamare in causa due, e che a loro volta nel loro tempo hanno fatto non poco: Tommaso Landolfi e prima ancora Piero Gobetti. Famose e non di secondaria importanza rispetto all’attività di romanziere è stata la traduzione di Landolfi di certi autori come Gogol e Puškin importantissime, tanto da essere delle colonne portanti come nel caso dei Racconti di San Pietroburgo. Piero Gobetti è stato un importante importatore di poeti russi in Italia e non è un caso che le opere di Andreev sono giunte a noi e nella nostra lingua grazie alla sua febbrile attività di operatore culturale, oltre che grande teorico e attivista politico.

Non è tempo di essere è infatti una antologia che racchiude gran parte del percorso del poeta e esplicita in sé, testo dopo testo, una dinamica ontologica ben precisa; quasi come se le poesie riunite fossero il mosaico di un universo che vale la pena esplorare. Si tratta di un mondo che si accresce e si modifica di tempo in tempo, verso dopo verso e che Caterina Graziadei riesce a unire con sapienza, essendo lei una sapiente addetta ai lavori, e il risultato è sul piano letterario riuscito. Ci auguriamo quindi che il lettore accolga Chodasevič nelle sue letture e che si faccia condurre nel suo mosaico pieno di vita e di avventure.

Iuri Lombardi

Poesie estratte da Vadislav Chodaseviĉ, Non è tempo di essere (a cura di di C. Graziadei, Bompiani, 2019)

Da: Giovinezza

Attorno a me si stringe il cerchio,
pian piano si insinua il sonno…
Come sorride penosamente,
nascosto fra le tende, lui!
Come tedioso si riversa
nel fumaiolo gelato – l’urlo del vento!
Attorno a me si stringe il cerchio,
attorno alla fronte Angoscia intreccia
il mio fatidico serto.

Вокруг меня кольцо сжимается,
Неслышно подползает сон…
О, как печально улыбается,
Скрываясь в занавесях, он!
Как заунывно заливается В
трубе промёрзлой — ветра вой!
Вокруг меня кольцо сжимается,
Вокруг чела Тоска сплетается
Моей короной роковой.

***

Da: La Casetta Felice

La Fuga

Sì, da vile sono fuggito alla soglia della flessuosa Cloe,
sotto le ingiurie degli amici e il selvaggio urlo dei Persi,
e tuttavia inorgoglisco: io, milite indegno,
                    tutti ho superato con invidiabile destrezza.

Me felice! Ho appeso alla porta segreta
la pesante armatura: lancia, scudo, spada.
Presso l’alcova che propizia il sonno, viziato, amato,
la clamide rozza sfilo dalle magre spalle.

È felicità: bere vino con l’amica dagli occhi scuri,
e di notte, svegliato, scorgere sopra me, fisso,
appena velato il suo sguardo felino,
e udire un appello geloso: sei mio, lo giuri?

E poi l’intero giorno con un sorriso ingenuo
vagare per le piazze dietro la piccola Cloe,
attento al sussurro: sei caro, remissivo,
torna di nuovo – tutto ti donerò!


БЕГСТВО

Да, я бежал, как трус, к порогу Хлои стройной,
Внимая брань друзей и персов дикий вой,
И все-таки горжусь: я, воин недостойный,
              Всех превзошел завидной быстротой.

Счастливец! я сложил у двери потаенной
Доспехи тяжкие: копье, и щит, и меч.
У ложа сонного, разнеженный, влюбленный,
Хламиду грубую бросаю с узких плеч.

Вот счастье: пить вино с подругой
темноокой И ночью, пробудясь, увидеть над собой
Глаза звериные с туманной поволокой,
Ревнивый слышать зов: ты мой?

Yжели мой? И целый день потом с улыбкой
простодушной За Хлоей маленькой бродить по площадям,
Внимая шепоту: ты милый, ты послушный,
Приди еще — я всё тебе отдам!

***

Da: Poesie inedite e non finite

Monumenton

In me la fine, in me il principio.
Poca cosa è il mio lascito!
Resto però un saldo anello:
questa fortuna ho avuto in sorte.

In una Russia nuova e grande
porranno il mio idolo bifronte
all’incrocio di due strade,
dove è tempo, sabbia e vento…

 

ПАМЯТНИК

Во мне конец, во мне начало.
Мной совершённое так мало!
Но всё ж я прочное звено:
Мне это счастие дано.

В России новой, но великой,
Поставят идол мой двуликий
На перекрестке двух дорог,
Где время, ветер и песок…

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