Annotazioni su un uomo inutile: il solitario di Providence

Il solitario di Providence 

Vi do il benvenuto in questa rubrica, che mi è stato proposto di aprire da Yawp in omaggio a uno scrittore che troppo spesso viene preso in considerazione meno di quanto meriterebbe: Howard Phillips Lovecraft, di cui proprio quest’anno ricorre l’ottuagenario della morte.

Durante questo viaggio all’interno della produzione letteraria dello scrittore americano esploreremo, tanto io quanto voi – se avrete voglia di accompagnarmi in quest’esperienza – varie tematiche da lui affrontate ed elaborate, a cominciare dalla concezione della scrittura come mezzo attraverso cui esorcizzare le proprie paure, per poi passare ai vari aspetti della sua concezione del mondo e della sua narrativa, affrontando anche le rivoluzioni che Lovecraft attuò nel campo della letteratura del fantastico, per arrivare infine a tracciare delle vere e proprie linee di tendenza da lui seguite nella stesura delle sue opere, collegate a una serie di vicende biografiche senza le quali sarebbe difficile comprendere gran parte della sua narrativa.

Tutto questo sarà accompagnato, ovviamente, da una serie di riferimenti ad alcuni testi chiave, che risulteranno così facilmente recuperabili da tutti voi, sperando di riuscire a stimolare la vostra curiosità nei confronti di un autore che, posso garantirvelo, merita davvero di essere conosciuto ed esplorato a fondo.

Partiamo allora con questo primo articolo, che sarà, come avrete già capito tutti, una Introduzione. Per prima cosa, voglio spiegarvi perché ho deciso di chiamare così questa rubrica. Il titolo in realtà non è mio: Lovecraft stesso decise di intitolare la sua autobiografia Annotazioni su un uomo inutile. Quando gli venne commissionata dalla rivista amatoriale Pine Cones inoltre, si limitò a scrivere soltanto sei pagine. In sostanza, voleva affermare di avere avuto una vita talmente noiosa e monotona da non avere praticamente nulla da raccontare. Ma fu davvero così?

 

I. Piccola biografia

In realtà, se rapportata alla sua lunghezza, la vita di Howard Lovecraft risulta essere fin troppo piena, caratterizzata da un’intricata serie di traumi psicologici e da un’intensissima attività letteraria. Vediamo insieme quali sono allora i dati essenziali: Lovecraft nacque il 20 agosto del 1890, al numero 194 di Agnell Street, Providence (Rhode Island), da una nobile famiglia di antico ceppo inglese e morì, sempre a Providence, nel 1937. La sua, poco ma sicuro, non fu affatto una vita facile, poiché, fin dai primissimi anni, una serie di eventi luttuosi cominciarono a sconvolgere la sua esistenza. Lo scrittore affermò in seguito di conservare soltanto un vago ricordo del padre (anche se non si sa quanto questo sia vero, dal momento che lo scrittore si mostrò sempre molto reticente quando doveva parlare della sua famiglia), Winfield Lovecraft, rinchiuso in manicomio quando lui aveva soltanto due anni e morto cinque anni dopo.

foto Lovecraft a dodici anni

Lovecraft all’età di nove anni.

La madre, Sarah Phillips, invece, venne rinchiusa in manicomio nel 1919 e vi rimase fino alla sua morte, nel 1921. Lovecraft era ormai trentenne all’epoca e, se suo padre non fece in tempo a esercitare alcun influsso diretto su di lui, lo stesso non si può certo dire di sua madre. Dopo la morte del marito, Sarah Phillips sviluppò, oltre a una nevrosi che sarebbe ben presto sfociata in uno squilibrio mentale, un ossessivo (a tratti patologico) senso di protezione nei confronti del figlio, di cui ebbe tutto il tempo di soffocare la personalità, con il risultato che il piccolo Howard crebbe isolato e introverso, risultando incapace persino di terminare gli studi, oltre che di trovarsi un lavoro. La madre (e vedova) di Lovecraft iniziò a percepire tutto ciò che era esterno al suo nido familiare come una potenziale minaccia per il figlio, da cui doveva proteggerlo. Di conseguenza, lo tenne letteralmente segregato in casa, permettendogli di uscire solo per andare a scuola, scoraggiandolo in tutti i modi, inoltre, a intrattenere rapporti sociali con gli altri bambini. Per fare ciò, non trovò scusa migliore che convincerlo (senza peraltro mai dargli spiegazioni a riguardo) di essere talmente brutto da ispirare ripugnanza in chi lo vedeva, così che lui tornasse da lei di sua spontanea volontà appena finite le lezioni.

Molti suoi coetanei affermarono di averlo visto dopo la scuola dirigersi a passo svelto verso casa, con la testa bassa e, talvolta, con il viso coperto.

Ma le sfortune per Lovecraft non erano finite qui: nato da una famiglia molto benestante, ben presto si ritrovò ad alloggiare in camere prese in affitto (da cui puntualmente veniva cacciato per morosità) in quanto suo zio dilapidò tutto il patrimonio di famiglia con degli investimenti sbagliati. Quando gli andava bene, viveva con quindici dollari alla settimana, che ricavava dall’unico lavoro che riuscì mai a mantenere in vita sua: il negro (come lui stesso si definì) per conto di scrittori mediocri, di cui riassettava i testi.

Il poco tempo che non trascorse a Providence (se si eliminano alcuni sporadici viaggi in pullman nei luoghi storici d’America), lo trascorse nella New York del proibizionismo, dove visse con quella che per due anni fu sua moglie. Tuttavia, poiché persino lì risultò incapace di trovarsi un lavoro, frustrato dal fatto di doversi far mantenere da lei e disgustato dalla grande babele di New York (non dimentichiamoci che era sempre vissuto in una della più linde e ordinate città d’America), divorziò e tornò alla sua solita vita a Providence, accudito da due zie materne rimaste entrambe vedove.

Il 10 marzo del 1937 venne ricoverato in clinica, dove gli fu diagnosticato un cancro all’intestino in fase terminale, a causa del quale morirà in seguito a un’agonia di cinque giorni. Molto probabilmente non sarebbe comunque vissuto ancora a lungo, considerando che anche il suo stomaco e i suoi reni erano ormai completamente rovinati, poiché il suo stile di vita lo costringeva a un regime alimentare che spesso sfiorava i limiti dell’assurdo.

Foto Lovecraft bianco e nero sorridente

 

II. Formazione culturale

Analizziamo ora un po’ la sua formazione e la sua attività letteraria. Intanto, la prima cosa da dire è che Lovecraft fu un completo (e perfetto) autodidatta, che dimostrò una memoria e, di conseguenza, un’erudizione fuori dal comune. Già dai primi anni della sua vita il piccolo Howard, che trascorreva sempre molto tempo in casa, frequentando in modo saltuario la scuola fin dalle elementari (a causa della madre che preferì affidarne l’istruzione a tutori privati), iniziò a trovare rifugio dai suoi problemi nello studio. La casa dei nonni era piena di libri sugli argomenti più disparati, dalle crestomazie poetiche ai compendi di autori classici, dai trattati di botanica ai romanzi. Gli venne trasmessa la passione per il Fantastico dal nonno, studioso di letteratura gotica, e quella per la scienza dalla nonna (della cui morte, cruciale per la produzione letteraria dell’autore, discuteremo in un articolo successivo), studiosa di astronomia: questo bagaglio culturale fu arricchito da Lovecraft con l’amore per il mondo classico (più latino che greco).

Poco meno che ventenne, iniziò a intraprendere una fitta corrispondenza con molti personaggi Lovecraft foto occhialiillustri della sua epoca, che concordarono tutti a dichiararsi allibiti dalla vastità della sua cultura. Jacques Bergier (un fisico nucleare noto in tutto il mondo per le proporzioni della sua erudizione) affermò che mai, prima di intraprendere quello scambio epistolare con Lovecraft, gli era capitato di rapportarsi con un essere così onnisciente, mentre Robert Bloch (l’autore di Psycho) disse che sarebbe stato disposto ad attraversare l’America in ginocchio pur di essere al suo capezzale, se solo avesse saputo che era malato.

Insomma, la personalità di Lovecraft esercitava una sorta di fascino misterico sugli esponenti del mondo della cultura a lui coevo (cui contribuì probabilmente non poco la sua devozione agli dei pagani, maturata in gioventù attraverso la lettura dei classici). Ciò traspare chiaramente dalla sua epistolografia, che è l’unico aspetto della sua attività letteraria che ho deciso di non trattare in questa rubrica, per una serie di motivi: intanto, le lettere da lui scritte trattano gli argomenti più disparati, per cui è impossibile individuare al loro interno delle linee di tendenza o racchiuderle in tematiche, categorie o altro; in secondo luogo, l’impresa risulterebbe a dir poco monumentale, considerando che l’epistolario di Lovecraft è il più vasto che ci sia mai pervenuto dall’invenzione della scrittura a oggi, (si annoverano infatti circa 118.000 lettere da lui scritte, la cui lunghezza varia dalle 3 alle 70 pagine).

Tuttavia, prenderemo in esame le varie fasi della sua attività letteraria, passando dagli esperimenti giovanili alla conversione poetica del decennio 1908-1917, dalla raccolta di racconti del sogno e dell’incubo alla sua produzione saggistica, per dedicare infine uno spazio al suo pantheon di tenebra, connotando meticolosamente la genesi e i tratti dei Grandi Antichi da lui concepiti: Cthulhu, Shub-Niggurath, Nyarlathotep, Yog-Sothoth e Azathoth.

Queste sono le linee guida che porteranno allo sviluppo di questa rubrica. Ogni articolo sarà dedicato a un tema specifico, con lo scopo di analizzarlo a fondo; inoltre, gli articoli saranno disposti secondo una scala gerarchica che avrà l’obiettivo di rendere fruibile una loro lettura sequenziale. Nella prossima puntata ci occuperemo invece degli albori: gli esperimenti letterari giovanili di H.P. Lovecraft. 

 

Matteo Tedesco