Anatomia di un’assenza: poesie edite di Elena Ramella

In questi giorni sembra essere scoppiata una bomba social sull’argomento “cosa sia e come debba essere la poesia”, quindi ora dedicare delle parole al nuovo libro di Elena Ramella Anatomia di un’assenza edito da Ensemble, mi spaventa. Perché? Perché il lavoro di Elena è fragile, sicuramente delicato, un’opera indubbiamente nata dal cuore, come stesura terapeutica, un impulso, un’annotazione. Quindi poesia? Ecco, io sono sempre stato dell’opinione che i palpiti del cuore, e tutto il circondario del fervore, distruggono il pensiero essenziale e ideale che ho della poesia. Non posso di certo dire sia un ideale superiore a quello di altri, mi ritengo comprensivo e tollerante su questo aspetto, tuttavia ritengo sacro applicarsi per dare maggiore dignità ai versi. Quello in cui credo è una poesia ricercata, pensata, meditata, manipolata. La scusa dell’attimo, dell’istante e del momento penso sia un po’ sfuggita di mano a troppa gente. Io chiamo quella di Elena, passatemi il termine, “poesia lo-fi”, dove la mancata qualità non sta tanto nei contenuti, ma proprio a livello sonoro, di ricerca. Sono versi ingenui ed emotivamente veri, che diventano apprezzabili rileggendoli più volte, insomma, possono piacere.

Ho cercato di andare oltre i miei gusti, trovando una poesia sincera, sostenuta e senza pretese, se non quelle di toccare attraverso il proprio malessere, il proprio dolore, la comunione con il lettore. Per questo ho deciso di pubblicare degli estratti da Antomia di un’assenza, anche se lo stile di Elena più che confessionale mi piace definirlo diaristico-confessionale, credo fermamente siano due stili diversi. Quello diaristico-confessionale, a mio parere, non viene ritoccato e limato eccessivamente mentre quello confessionale sì (detto alla spicciolata). Elena non tocca i suoi versi, li lascia lì a marcire nella loro naturale nascita. Manca qualcosa in questa raccolta e forse è voluto, non lo so. L’assenza di quello che cercavo, leggendolo/a, sembra proprio la sua anatomia: uno scheletro coperto da una pelle fina e sottile chiuso in una stanza quasi insonorizzata, una voce inascoltata. Anatomia di un’assenza è naïf, bambinesco, la parola è un aiuto, è parola non ricercata creatrice a volte di belle immagini.

Oggi si parla tanto di “io poetico”, “narcisismo del poeta” e tutte queste corbellerie sulla poesia come eterno affanno, come se fosse l’unico modo per fare poesia, ovviamente valutata in maniera negativa da alcuni, apprezzata da altri. Ecco non vedo quale sia il problema di queste confessioni, non è elogiare sé stessi sputandosi addosso ciò che non accettiamo della nostra vita. Poesia confessionale è anche questo? Forse sì, forse no. Credo che il bisogno di fare versi per i “poeti confessionali” sia proprio quello di non riuscire nel proprio quotidiano a parlare vis-à-vis con l’altro, sentirsi inadeguati in questa terra, ed è pesante tutto questo, molto. Io credo nella sincerità del poeta, il più delle volte si sgama subito il poser dal reale, ma questo è un altro discorso. E se la poesia confessionale non vi piace, vedetela come finzione, nessuno ve lo vieta.

Insomma, non saprei valutare questa raccolta, ma viste le domande che mi ha posto è sicuramente un testo che non potevo ignorare. Proprio per quei brevi pensieri scritti sopra e che magari svilupperò ampiamente in altre sedi.

Nota di lettura a cura di Paolo Pitorri a Elena Ramella, Anatomia di un’assenza, (Ensemble, 2019)

Un pezzo
che tenga insieme i pezzi,
avrei voluto fossero i tuoi.

Mentre il disco girava,
un cerchio di vinile nero,
il pezzo che io avrei
continuato a cercare,
l’unico tra tutti gli altri.

Mentre la stanza girava
le quattro pareti
che avevo chiamato casa.

Quel momento
che sarebbe rimasto
tra le tue braccia.

Era vero;
non volevo farti del male.

*

Tu per primo hai visto
i miei spazi vuoti,

hai amato
le mie zone d’ombra,
hai affondato le mani
nelle mie voragini interiori.

Tu per primo
hai avuto paura.

Tu prima di me.

*

Del delirio che si consumava
nelle allucinazioni riflesse dai riflessi
il dramma era negli occhi che vedevano solo gli angoli
di quel grande e infernale caleidoscopio
in cui la mente continuava a perdersi.

Crollava, continuava a crollare, nelle stanze chiuse,
tra le pareti che si stringevano attorno al centro.
Non c’erano più ancore, nessun appiglio,
solo il peso morto del corpo pieno di panico.

Quel delirio era la mia immaginazione,
era la proiezione di ciò che sapevo
e che non avrei mai accettato.

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